Читать книгу Augusto De Angelis: Tutti i Romanzi - Augusto De Angelis - Страница 31
Prologo
Оглавление«Prego consegnare alla Questura»
Era rimasto a contemplare l’involto, che giaceva sui gradini della chiesa.
Le prime luci dell’alba illuminavano la piazzetta deserta. Sotto l’androne, che metteva in un cortile aperto, si vedeva il chiarore della lampada accesa davanti all’immagine della Madonna. Qualche minuto prima, tutte le luci delle strade si erano spente di colpo. L’aria era piena di brividi.
Un nuovo giorno nasceva così sulla grande città, che ancora rimaneva immobile, come estatica. Soltanto il rumore di qualche tranvai in lontananza, sul corso Vittorio Emanuele, e, dall’altra parte, per via Cavallotti.
L’uomo in uniforme grigia, filettata di rosso, guardava l’involto.
Dovevano essere stracci ravvolti in un giornale. Eppure quel pacco appariva troppo accuratamente confezionato, per contenere stracci.
Gli diede un colpo con la scopa e l’involto rotolò pei gradini sul selciato. Non si aprì. Doveva essere fermato ai due capi con qualche spillo, perché legato non era. Ma dal centro di esso, di sotto al margine del giornale, sbucava una busta bianca.
Lo spazzino si chinò a raccoglierla. Era aperta. Conteneva un foglio piegato in quattro. E sul foglio una sola riga di una scrittura grande e affrettata, a inchiostro azzurro «Prego consegnare alla Questura».
Ai suoi occhi, adesso, il pacco aveva acquistato importanza. Lo guardò con rispetto. E anche un poco con spavento. Qualunque cosa fosse stata ravvolta in quel giornale, una ce n’era di certo per lui, che lo aveva trovato: il fastidio di andare a San Fedele a consegnarlo e poi anche, forse, quello più grosso di tornarvi, di subire interrogatori, di dar spiegazioni, di doverle ripetere in Tribunale o alle Assisi, magari. Conosceva quelle cose! Una volta aveva raccolto un pacco di biglietti falsi e aveva dovuto maledire i falsari di tutto il mondo.
Tutte a lui capitavano! In venti anni che faceva lo spazzino municipale, per terra non aveva trovato che noie e immondizie, immondizie e noie.
Si guardò attorno. Nessuno.
Diede un calcio al pacco e quello rotolò più lontano. Ma tanto leggero non era, poiché fece sì e no un paio di metri.
Sospirò. Si passò il dorso della mano sulla bocca. E, finalmente, raccolse il pacco. Vi erano due spilli, infatti, a tenere le piegature del giornale, ai due capi. Tastò l’involto e sentì ch’era molle: indumenti certo. Anche però qualcosa di duro in mezzo agli indumenti, che faceva da peso.
Si avvicinò alla carretta di ferro, ancora vuota, e mise il pacco sul coperchio chiuso. Depose la scopa sui due ganci laterali. La lettera se l’era messa in tasca. Afferrò le stanghe e spinse la carretta. Si avviò lentamente giù per via Pasquirolo, verso piazza Beccaria, e la carretta di ferro cominciò a risuonare sul selciato.
Arrivò davanti a San Fedele che era giorno chiaro.
Aveva fatto il giro lungo e s’era fermato davanti alla Galleria a bere un caffè con la grappa, dal caffettiere ambulante, che lo squadrò due volte prima di servirlo, poiché non era suo cliente e non lo aveva visto mai.
«Nuovo da queste parti? Al posto di chi v’hanno messo?».
«Di nessuno. Sono di passaggio».
«A spasso con l’Isotta Fraschini ve n’andate?».
Lui non rispose. Non aveva voglia di chiacchierare. Quella storia dell’involto da consegnare alla Questura lo aveva messo di malumore… Afferrò di nuovo la sua Isotta Fraschini e se ne andò.
Sulla porta di San Fedele, si fermò con l’involto fra le mani. A chi doveva consegnarlo?
Un carabiniere lo guardava.
«Mi dica… scusi!…».
«Io non so nulla. Lì, sotto il porticato, c’è un agente».
Lo spazzino affrontò l’agente, che stava fumando.
«L’ho trovato sui gradini della chiesa di San Vito, al largo di via Pasquirolo…».
«E qui lo portate?! Eppure, dovreste saperlo che c’è il Municipio…».
«Gli oggetti perduti, lo so. Il dieci per cento di mancia. Ma leggete qui!».
E gli tese la busta col foglio.
L’agente lesse e rise.
«Uno scherzo! Avete guardato dentro?».
«No. Non voglio noie, io!».
«Perché? È pesante? Che ci sia la testa d’una donna fatta a pezzi!».
E rideva.
L’uomo fissò l’involto che aveva tra le mani con un lampo di spavento. No! Una testa non poteva essere. Molle era. Il peso stava in mezzo, ma era troppo piccolo per essere una testa.
«Beh! Andate là in fondo. Alla Squadra Mobile. Ci dev’essere ancora il commissario. Quello di notturna dorme, a quest’ora».
Lo spazzino traversò il cortile e bussò a una porta, sulla quale aveva letto: «Squadra Mobile — Commissario Capo».
Gli rispose una voce netta, cortese, una voce senza collera, senza nervi.
«Avanti. Che c’è?».
L’uomo si trovò dinanzi a un giovanotto bruno, vestito con eleganza, che lo guardava con occhi vaghi, ancora assorto a qualche suo pensiero o a una lettura.
«Ho trovato questo, signor commissario… sui gradini di San Vito al Pasquirolo…».
«E poi?».
«C’era questa lettera assieme».
Il commissario lesse la lettera.
«Ebbene, date qui…».
Prese l’involto, tolse gli spilli, li guardò — spilli comuni erano — aprì il giornale.
Apparve un camice bianco, lindo, di quelli che indossano i medici o gli infermieri. Il commissario lo svolse e sul tavolo caddero quattro ferri chirurgici, brillanti, lucenti, acuminati come tutti i ferri chirurgici.
Nient’altro.
Lo spazzino guardava.
Il commissario prese i ferri e li esaminò uno a uno. Riconobbe un bisturi e poi vide una specie di cacciavite, una forbice strana e una lunga pinza, con una rotellina alla punta.
Il bisturi recava qualche macchia bruna. Gli altri ferri sembravano nuovi.
Il commissario suonò il campanello e poco dopo apparve il piantone.
«Il brigadiere Cruni» ordinò, sempre con quella sua voce cortese.
Il piantone scomparve.
Cruni arrivò ancora assonnato. Era basso, muscoloso, col corpo troppo lungo e massiccio sulle gambe corte.
«Dottore, che è accaduto?».
«Fate un verbale di consegna di oggetti trovati e prendete le generalità di quest’uomo…».
«Sì, cavaliere… Venite con me, voi…».
Rimasto solo, il commissario De Vincenzi toccò il camice, lo sollevò, guardò i ferri chirurgici, prese il bisturi e l’osservò con attenzione. «Macchie di sangue» mormorò. Alzatosi, andò a chiudere tutto in un armadio. Poi tornò a sedere al suo tavolo e prese dal cassetto il libro che stava leggendo. Era l’ultimo romanzo di Kormendi. Lui leggeva tutto.
Ma quasi subito alzò gli occhi dalla pagina e fissò l’armadio. Sul tavolo era ancora spiegato il foglio con quella strana preghiera e la busta.
Chi mai aveva abbandonato quattro ferri chirurgici, tra cui un bisturi macchiato di sangue e un camice bianco?
Prese il foglio ed esaminò la scrittura di quell’unica riga. Doveva essere stata vergata di furia, con la stilografica. Non sembrava artefatta: chi aveva scritto o era tranquillo di sé o aveva la sicurezza che non lo avrebbero pescato mai. Tutt’al più aveva fretta.
Lasciò cadere il foglio sul tavolo e guardò l’orologio: quasi le sette. Pronunciò forte, con un sorriso amaro, leggendo sul calendario, che aveva davanti: «Alle 8 e 30 il Sole entra nel segno dell’Ariete… e alle 14 e 28 comincia la primavera».
Strappò il foglio dal calendario e apparve il 21 marzo, tutto nero.
«Ariete…» mormorò ancora. «Se credessi agli Oroscopi!».
E alzò le spalle. Ma credeva agli Oroscopi, come credeva a tante altre cose, compresi il malaugurio, la telepatia e i presentimenti. Era superstizioso.
Perché gli avevano portato quattro ferri chirurgici e un camice bianco, proprio il primo giorno di primavera?
Che doveva farsene? Nulla, evidentemente. Così da soli, quella lettera e quell’involto non potevano permettergli di far nulla, né come commissario di polizia, né come uomo. Pensarci, poteva. Questo sì.
Il giornale in cui erano stati avvolti era il Corriere del 20 marzo. L’osservò e non trovò nulla di speciale. Lo piegò e lo mise nel cassetto.
Nel pomeriggio, al suo ritorno in ufficio, avrebbe mostrato i ferri a un medico, per saperne qualcosa di più. E poi avrebbe atteso. Poteva darsi che non accadesse più nulla, come che accadesse qualcosa o che fosse già accaduto.
Un delitto?
Bah! Chiuse il libro e lo mise nel cassetto, si alzò, indossò il soprabito, prese il cappello e, giunto alla porta, spense la luce.
Dalla finestra bassa sul cortile, attraverso l’inferriata robusta e polverosa e i vetri chiusi, più polverosi ancora, entrò la luce scialba del giorno.
De Vincenzi mandò un sospiro. C’era abituato ormai ad andare a letto quando il sole era già alto, che tutte le notti quasi le passava in Questura, a lavorare o a leggere. Eppure, ogni mattina sospirava. Poiché ogni mattina, alla vista del nuovo giorno, senza volerlo, pensava a quella sua casettina di campagna, nell’Ossola, dove era nato e dove sua madre viveva ancora, con le galline, il cane e la domestica. Lui se ne sarebbe andato tanto volentieri lassù, accanto alla mamma, con le galline, il cane e la domestica. Era giovane, neppure trentacinque anni, eppure si sentiva vecchio. Aveva fatto la guerra. Ed era uno spirito contemplativo. Qualche suo compagno, in collegio, lo chiamava poeta, per riderne, naturalmente. E lui era tanto poeta, che si era messo a fare il commissario di polizia…
Stava per aprire la porta e uscire, quando squillò il telefono. Sussultò. A quell’ora!
Andò all’apparecchio e prese il cornetto.
«Pronto! Squadra Mobile… Pronto!… Pronto!…».
Nessuno rispondeva. Ripeté ancora il pronto e poi depose il cornetto sui ganci della scatola nera. Doveva essere stato uno sbaglio. Fece qualche passo verso la porta, per andarsene finalmente. Ma esitava. Tornò indietro, riprese il telefono, parlò col centralino della Questura.
«Hai chiamato la Squadra Mobile, tu?».
La voce del telefonista rispose subito.
«Sicuro, dottore. Non ha parlato?».
«Ma no! Non c’era nessuno!».
«Strano! Ho sentito una voce di donna. Chiedeva un commissario… Sembrava ansiosa… Io le ho dato la Squadra, perché so che di solito lei alle sette c’è ancora, mentre gli altri dormono o non sono arrivati…», «Una voce di donna? Ne sei sicuro?».
«Sì…».
«E non t’ha detto altro?».
«M’ha detto: Un commissario! Posso parlare con un commissario? Di che si tratta? ho chiesto io… Fatemi parlare con un commissario, ve ne scongiuro!… E io ho subito infilato la spina al suo numero…».
«Bene. Mi trattengo ancora dieci minuti. Se torna a chiamare, fa’ attenzione…».
E sedette, aspettando. S’era messo il cappello in testa. Guardava fuori dell’inferriata nel cortile un albero stento e gramo, che già rinverdiva, quasi fosse entrato in convalescenza da una malattia. Pensava. A un tratto si chiese: perché le piante rinascono a ogni stagione, ritrovano la forza, la bellezza, la giovinezza e gli uomini no?
Rammentò la chiusa del “De Profundis” di Oscar Wilde, che lui aveva letto in collegio e che certo aveva molto influito sul suo pensiero: Al di là del muro della mia prigione vi sono alcuni poveri alberi neri di fuliggine, che stanno per coprirsi di gemme di un verde quasi acuto. So con certezza quel che accade a loro: cercano espressione.
Anche lui aveva cercato espressione e aveva finito col fare il commissario di polizia per trovarla! Ma quella stanza con le inferriate per lui non era forse anch’essa una prigione?
Dopo un quarto d’ora di attesa, fu lui che chiamò il telefonista.
«Nessuno?».
«Nessuno più, cavaliere…».
Ebbe un’esitazione, ma fu breve.
«Me ne vado, allora. Alle 14, sarò di nuovo in ufficio».
«Bene, cavaliere».
De Vincenzi uscì e, poco dopo, traversava lentamente piazza San Fedele e poi piazza della Scala, che i getti d’acqua delle pompe inondavano sotto i primi raggi del sole.
R
R