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Capitolo quarto

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Tre donne

Qui la scena mutava.

Due o trecento metri di distanza e il mondo era un altro.

Il senatore era stato trovato cadavere in via Corridoni, tra i libri; ma aveva vissuto in viale Bianca Maria. Questo era il suo ambiente. E quando De Vincenzi si trovò sotto l’androne di marmo variegato, tutto lucente d’ottoni, di specchi, di cristalli, e sentì la suola delle scarpe aderire al caucciù del pavimento, comprese quali fossero state e di che natura le sue sensazioni di poco prima. Era il senso dell’illogico, che lo aveva colpito dentro la libreria, con quel cadavere troppo elegante, troppo nobile e raffinato, disteso tra la polvere delle stanzette, tetre come il fondo di una palude. Melmose. Il contrasto urlava. Un cucchiaio d’oro nel fango. E tornò a chiedersi come mai e perché mai il morto avesse esulato dal suo luogo naturale. Perché la figura fosse uscita dal quadro.

Tutto era illogico quanto stava accadendo da qualche ora. Ma in ogni fatto successivo si trovava quel contrasto strano e pesante: il pacco col camice e i ferri era stato raccolto da uno spazzino e aveva girato sopra una carretta da immondizie; il delitto aveva tutte le apparenze della volgarità più abbietta, eppure nulla era stato tolto di dosso all’assassinato, neppure i tre fogli da mille, che potevano essere spesi facilmente.

Una sola cosa mancava: il cappello. E De Vincenzi, accanto al suo Capo, in piedi nell’ascensore, che li portava al terzo piano, cominciò a ragionare su quel fatto. Poteva darsi che il cappello fosse caduto dalla testa del senatore al momento dell’uccisione. Ma, se il delitto era stato compiuto per la strada, ipotesi plausibile, come mai l’assassino non si era dato cura di raccoglierlo, dal momento che aveva avuto la preoccupazione di trascinare il cadavere fin dentro al negozio? Per ora — per ora soltanto, è vero — si doveva ammettere che colui o coloro che avevano commesso l’omicidio avessero voluto ritardare il più possibile la scoperta del cadavere. Altrimenti, lo avrebbero abbandonato per la strada.

Il commissario fece involontariamente un gesto di diniego. No! Non era quella la ragione. Ma piuttosto che essi avessero voluto fuorviare le ricerche, imbrogliare il più possibile le cose.

Ebbe la percezione dello sguardo penetrante del Questore fisso su di sé e gli si volse. Il Capo lo guardava e sorrideva.

«Che cosa non trova naturale, De Vincenzi? Lei sta facendo lavorare il cervello e non riesce a far combaciare le sue ipotesi!».

«Proprio così, commendatore! Ma non parli ancora di ipotesi. Siamo soltanto nel campo della fantasia. E la mia non le nascondo che starnazza».

L’ascensore si fermò di colpo.

Uscirono sul pianerottolo. C’erano due porte, una di fianco all’altra. Sulla prima una grande targa d’ottone col nome del chirurgo, sull’altra nulla.

Il Questore suonò a quella con la targa e dopo qualche istante si aprì la seconda. Apparve una cameriera assai graziosa, vestita di nero, col grembiulino bianco, un cappio di merletto inamidato al collo e un altro in testa, sui capelli biondi.

«Vengono per un consulto? Il gabinetto è ancora chiuso. Il professore riceve alle undici».

Il Questore avanzò verso di lei, seguito da De Vincenzi, che osservava le linee armoniose e procaci della giovane. Una bella figliuola, indubbiamente. Alzò lo sguardo al volto e vide due occhi grigi, luminosissimi, ma le occhiaie erano peste e le gote pallide, di quel pallore denso e ambrato delle bionde.

«Vorremmo parlare con la signora».

La cameriera sollevò le ciglia e negli occhi le passò un bagliore, che a De Vincenzi sembrò di paura.

«A quest’ora? La signora non riceve nessuno la mattina».

«Eppure, sarà necessario che ci riceva. Ditele che ho telefonato poco fa e che ho parlato proprio con lei…».

La cameriera si ritrasse. I due uomini entrarono in una vasta anticamera ammobiliata con lusso pesante, quasi opulento, carica di tinte nere sulla tappezzeria, tutta corsa da bordure dorate alle pareti, con le sopraporte di legno intagliato. I mobili erano antichi e i quadri sicuramente di autore.

Ma contro quelle tinte scure, sulla parete di sinistra, si apriva una porta a vetri, dalla quale veniva una luminosità chiara e quasi abbagliante. I vetri dovevano essere coperti all’interno da tende bianche, che trasparivano.

La giovane aprì una porta e fece entrare i due visitatori in un piccolo salotto impero, severamente maestoso.

«Abbiano la cortesia di attendere».

E si muoveva, osservandoli con preoccupazione. Richiuse la porta.

Il Questore guardò il commissario. «Da che parte cominceremo, per darle la notizia? Qui non sanno nulla. È mai possibile che credano ancora ch’egli stia dormendo nel suo letto?».

De Vincenzi si strinse nelle spalle. Non aveva mai pensato che la moglie lo credesse, o, ad ogni modo, c’era sotto qualcosa. Per questo aveva chiesto di assistere al primo colloquio.

La porta si aprì e i due uomini videro comparire una signora alta, bellissima, coi capelli d’ebano, il volto naturalmente pallido, lo sguardo dolce e penetrante. Aveva la bocca troppo accesa, come se si fosse dato il rossetto in fretta e senza guardarsi allo specchio o, forse, aveva esagerato di proposito.

Si tenne per qualche istante in mezzo alla stanza, dopo aver fatto un cenno di saluto con la testa, fissandoli. «Voglia perdonarmi, signora. Le ho telefonato poco fa, chiedendo di suo marito. Sono il Questore». La donna sussultò.

«Si è incomodato a venire proprio lei? Mio marito…».

Il Questore non l’aiutò. Lei cercava le parole. Gli occhi le si fecero per un istante quasi supplici. Ma subito il volto le si irrigidì, le mascelle le si contrassero e lo sguardo divenne duro. Sollevò la persona con fierezza.

«… Mio marito è fuori di casa».

«Ma lei, signora, mi ha detto per telefono d’esser sicura che egli si trovava ancora nella propria camera».

«Sì… infatti… Così, credevo. Invece, ho saputo poi dalla cameriera che era uscito molto presto questa mattina… insolitamente presto».

«Ah!».

Vi fu una pausa. Era evidente che mentiva. Ma quella sua menzogna, affermata con sicurezza, quasi con violenza, non si nascondeva, non cercava d’esser creduta. Sembrava dire: io mento, perché è necessario.

Il Questore fece un passo avanti.

«Signora, ho da darle una cattiva notizia…».

Lei lo fissò e subito impose a se stessa una freddezza anche maggiore, glaciale.

«Non capisco. E proprio indispensabile che lei la dia a me? Non può attendere il ritorno del senatore?».

«Il senatore… non tornerà!».

La frase gli era sfuggita e fissò in volto la donna, per osservarne le reazioni.

De Vincenzi, lui, non l’aveva perduta di vista un solo istante. Tutto in quella donna lo interessava. Sentiva che da lei cominciava il mistero.

«Che cosa dice?!».

Adesso, la signora s’era scossa e aveva pronunziato quella domanda con violenza, anziché con terrore o con apprensione.

«Perché non dovrebbe tornare? Alle undici cominciano i consulti e mio marito non manca mai al suo dovere».

«E accaduta una disgrazia, signora!».

Il pallore sul volto della donna si fece livido.

«Una disgrazia!» ripeté e dovette appoggiarsi alla spalliera della poltrona che le stava vicina, per non cadere.

Il Questore protese la mano. Lei alzò la sua, per respingere ogni aiuto.

«Non importa. È passato. Può dir tutto. Ma dica la verità».

«Suo marito è stato colpito da malore…».

«No!» gridò la donna e di nuovo la voce le si era fatta imperiosa. «L’ho pregata di dirmi la verità. Che cosa gli hanno fatto?».

Furono il Questore e De Vincenzi, che sussultarono a quella domanda. Dunque, sapeva che il senatore era minacciato. Ma a che cosa e a chi intendeva alludere precisamente?

«Sì» fece il Questore, chinando il capo. «Sì, è proprio così. Gli hanno fatto qualcosa. Lo hanno ferito».

Di nuovo la donna vacillò e di nuovo riuscì a vincersi. Ma lo sforzo era evidente e appariva quasi sovrumano.

«Mi dica tutto» mormorò. «È morto?».

I due uomini tacquero.

Lei li guardava. Gli occhi le si erano empiti d’orrore. Le labbra rosse tremavano. Le uscì un gemito dalla bocca e sarebbe caduta, se De Vincenzi non l’avesse afferrata tra le braccia.

La deposero sul divano.

Il Questore corse alla porta e chiamò: «Qualcuno della casa! Non c’è nessuno?…».

Da un angolo dell’anticamera apparve di colpo la cameriera. Si sarebbe detto che vi si trovasse in attesa e il Questore vide che era sconvolta e tremante.

«Che c’è?… Dio mio!…».

Intanto, si apriva la porta a vetri, la porta bianca e abbagliante, e nel riquadro di essa comparve un’altra donna. Vestita di bianco, questa, doveva essere l’infermiera.

«Venga, lei!».

E l’infermiera accorse.

La signora giaceva ancora sul divano; ma s’era riavuta e guardava attorno a sé con occhi smarriti.

De Vincenzi si ritrasse, per lasciare il posto alla giovane vestita di bianco, che avanzava lentamente, senza affrettarsi e soprattutto senza ansia. Si tenne diritta accanto al divano e si limitò a prendere il polso della signora.

Anche lei era bella. Non c’erano che donne belle in quella casa!… Un innamorato della bellezza, un gagliardo amatore… Tutte le studentesse erano innamorate di lui…

De Vincenzi osservava la sopravvenuta con interesse crescente.

Non molto alta, era d’una bellezza assolutamente diversa da quella della donna, che giaceva sul divano. La signora Magni poteva dirsi il classico tipo della bellezza milanese, nobile, matronale, che s’impone subito, attraendo tutti gli sguardi. L’infermiera, invece, aveva i pomelli sporgenti, gli occhi profondi, la fronte convessa, le labbra procaci e sollevate superiormente. Il piccolo mento era segnato da una fossetta graziosa. Gli occhi, dalle pupille castane, dorate, come i capelli tagliati corti, avevano qualcosa d’ironico e di torbido. Il corpo piuttosto pieno, dalle linee morbide, si muoveva armonico, scoprendo a ogni movimento un accenno di curva, anche sotto il camice bianco, che la cintura stringeva alle anche.

Dal volto, da tutta la persona di quella donna emanava qualcosa di voluttuosamente perverso, come un profumo acuto, che dava alla testa.

Fissava la signora sul divano con freddezza quasi ironica.

La signora si alzò a sedere sul divano.

«È passato. Perdonatemi!».

E subito aggiunse: «Può andare, signorina. Non è nulla. Torni pure di là».

L’infermiera ebbe un sorriso e si voltò per andarsene. Ma guardò i due uomini che non conosceva e una ruga le si disegnò sulla fronte bianca, sotto l’aureola dei capelli soffici, che dovevano essere dolci al tatto come seta.

Quando fu scomparsa, la signora continuò a guardare la porta per la quale era uscita. De Vincenzi andò a chiuderla.

«È morto?» chiese la donna, fissando il Questore, dopo aver seguito il movimento del commissario.

Il Questore tacque. Si sentì un singhiozzo, ma quando i due uomini si volsero verso di lei, non videro che un volto immobile, come impietrato, bianco di cera.

«Lo hanno ucciso?».

Finalmente, il Questore trovò le parole.

«E una disgrazia irreparabile, signora. Un delitto efferato, che puniremo. Il povero senatore è stato ucciso con due colpi di rivoltella, a tradimento. Non è stato derubato… Una vendetta, forse…».

La donna rimaneva immobile. Ascoltava.

«Bisogna che lei trovi tutto il suo coraggio, signora, per sopportare l’atroce sciagura, che si è abbattuta su questa casa… E anche per aiutarci… nel nostro compito, che è grave e urgente… Forse, lei può fornirci qualche indizio prezioso…».

«Sono a loro disposizione. Ma non credo…».

S’interruppe. Di nuovo lo sguardo le lampeggiò fieramente.

«No, non credo di poterli aiutare».

Il Questore ebbe un gesto di rincrescimento. Si voltò verso De Vincenzi, che si teneva presso la porta, lontano.

Il commissario De Vincenzi è stato incaricato da me dell’inchiesta. Egli deve rivolgerle qualche domanda…

Deve perdonarci, se procediamo immediatamente a un tristissimo dovere, ma ogni istante perduto può essere irreparabile».

De Vincenzi sembrava assorto e non si muoveva dalla porta. Il Questore fece un passo verso di lui ed egli si scosse.

«Sì» disse e la sua voce risuonò stranamente forte e alta. «Il senatore Magni è stato trovato stamattina… nella bottega di un libraio… con due proiettili di rivoltella nel cranio…».

Il Questore lo fissò sbalordito. Oh! Che gli prendeva a mostrarsi di colpo tanto inumano e così villanamente rude? A che scopo dar subito tutti quei particolari? E perché gridare a quel modo?

Ma si sentì un tonfo, nell’anticamera e il commissario si volse rapido e spalancò la porta. Sul tappeto dell’anticamera, giaceva un corpo nero e bianco, sul quale si chinava la figura di una donna tutta bianca.

«Ah!» fece il Questore.

De Vincenzi uscì in fretta, richiudendo la porta dietro di sé.

«Che c’è?» chiese con energia, chinandosi sulla cameriera, che giaceva a terra svenuta.

L’infermiera si raddrizzò e, fissandolo, pronunziò con voce sarcastica: «Le domestiche hanno la cattiva abitudine di ascoltare alle porte!».

L’accento della donna era straniero. «E svengono?» chiese il commissario, opponendo l’ironia al sarcasmo di lei.

«Pare! Le italiane, almeno». «Lei non è italiana?». «No».

Poi si chinò sulla cameriera, le sollevò il capo, le fece odorare i sali, la trasse in piedi.

«Un capogiro, è vero? Norina… Sarà bene che andiate nella vostra camera. La signora farà a meno di voi…».

La cameriera si diresse verso il fondo barcollando e De Vincenzi non la trattenne.

Adesso, erano loro due nell’anticamera.

Il commissario si volse all’infermiera: «Lei è sola di là?» e indicò la stanza chiara, che doveva essere il gabinetto di consultazione del professore.

«Sì. Il dottor Verga non viene che alle undici».

«Chi è il dottor Verga?».

«L’assistente del professore».

Vi fu una pausa.

«Anche lei ha saputo che il senatore è stato ucciso?»

«Come avrei fatto a saperlo?».

Ma aveva impallidito. De Vincenzi le vide l’angoscia nello sguardo.

«È stato ucciso?».

«Purtroppo!».

«È tremendo!» mormorò la ragazza e il suo accento straniero si fece ancor più sensibile.

De Vincenzi capì sempre meglio che la lotta con quella lì sarebbe stata dura. Fingeva, dicendo di non saper nulla? Certo, fingeva. E vide che lanciava sguardi verso la porta per la quale se ne era andata Norina. Poi a quella del salotto. Se potessi leggere nel suo cervello, pensò il commissario, avrei la partita assai più facile. Anche lui guardò al salotto. Come dividersi? Non voleva che il Questore facesse parlare la signora Magni, senza di lui. Quell’altra pure aveva il suo segreto e come! E questa qui… Si decise.

«Tra poco avrò bisogno di lei, signorina. Vuole avere la cortesia di attendermi di là?».

La giovane chinò la testa e si diresse verso la stanza bianca, con quel suo passo molle eppure fermo. De Vincenzi tornò nel salotto. «E così?» chiese il Questore, più con lo sguardo che con le parole.

De Vincenzi fece una smorfia. «Nulla. Dopo, se crede».

E si volse alla signora, che sembrava non accorgersi più della presenza di quei due, assorta nei propri pensieri e in un dolore, che s’indovinava chiuso e cupo. Teneva gli occhi sbarrati nel vuoto e le labbra contratte, con tutto quel rosso acceso che le insanguinava, sembravano proprio una ferita aperta sul volto cereo.

«Se la signora crede di poter rispondere a qualche mia domanda… Sarò brevissimo». La donna si scosse. «Dica pure».

«A che ora ieri sera il senatore uscì di casa?». «Non pranzò a casa ieri sera. Ma credo che abbia lasciato il suo gabinetto verso le diciannove…». «E rincasò a mezzanotte?…». «Lo ignoro».

La risposta era venuta recisa, pur dopo una esitazione, ch’era stata breve.

Il Questore ebbe un gesto.

La voce di De Vincenzi si fece soave, piena di commossa profondità.

«Mi perdoni!… Lei poco fa… al signor Questore, che le parlava per telefono, ha affermato di aver sentito rientrare suo marito questa notte…».

«Ho mentito».

«Sì… Ma perché lo ha fatto?».

«Mio marito da un po’ di tempo aveva preso l’abitudine di tornare a casa molto tardi… alle quattro, alle cinque del mattino… qualche notte non rientrava affatto… Naturalmente, io non potevo dir questo a chi mi interrogava al telefono e chiedeva di voler parlare con lui personalmente. Ho preferito mentire».

«Dunque, lei, quando il signor Questore le ha telefonato, sapeva già che il senatore era fuori di casa?».

«Sì. Ma non volevo dirlo».

De Vincenzi chinò il capo. Fino a quel punto, tutto era semplice. Quella donna era troppo fiera, per confessare se non proprio quando vi fosse stata spinta dall’ineluttabile, che suo marito la tradiva, che aveva un’amante. Ignorando il dramma, si era trincerata dietro la menzogna.

«Può dirmi dove suo marito passava le notti, quando era assente?».

«Non lo so!».

Il corpo le si era eretto, con una mossa di fierezza.

«Mi perdoni…» insisté De Vincenzi.

«Non mi sono mai curata di saperlo. Mio marito era libero di far quel che voleva…».

«Neppure un sospetto?».

«No».

Rispondeva subito, in fretta, con voce vibrante. «Pensi che suo marito è stato ucciso e che, forse, se noi sapessimo dove si trovava la notte scorsa, il compito per rintracciare l’assassino ci sarebbe assai più facile…».

«Lo credo. Ma la verità è che ignoro tutto di mio marito».

Fece una pausa.

«Da molto tempo, vivevamo come due buoni compagni… Egli non mi diceva nulla della sua vita… Le assicuro che, per quanto grande sia il mio dolore, io non posso aiutare in alcun modo la giustizia degli uomini. E quella di Dio non ha bisogno d’essere illuminata».

Si alzò. Fece qualche passo verso la porta e si fermò.

«Dove… dove si trova il… cadavere?».

Il Questore rispose: «Sarà trasportato tra poco al Monumentale. È necessario. La legge lo vuole… ma se crede che domani lo faccia portare qui… per far partire il funerale dalla casa che fu sua…».

«No! Grazie».

La voce le si raddolcì, gli occhi le si empirono di lacrime.

«Grazie!» ripeté, con accento di riconoscenza. «Non importa, però! Oramai!».

E uscì in fretta, singhiozzando.

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