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10. Un grande amore
ОглавлениеIl commissario attese lungamente prima che Maria Giovanna si calmasse.
La guardava singhiozzare. Con il volto fra le mani, la giovane sussultava a balzi regolari. Era un dolore cattivo il suo. C’era da giurare che i suoi occhi non avevano lacrime. Dovevano essere secchi e aridi. Non uno di quei grossi pianti infantili, che liberano e purificano; ma la crisi dello spavento e dell’angoscia, la ribellione a qualcosa di più forte e di crudele, la rivolta contro l’ineluttabile.
Sotto la tesa del cappellino di feltro nero, si vedeva la gran massa dei capelli biondi di lei, raccolta e molle sulla nuca chiara, ombrata d’oro.
De Vincenzi attendeva.
A poco a poco, i singhiozzi cessarono, le spalle non sussultarono più e la giovane, lentamente, sollevò e scoprì il volto.
I grandi occhi profondi erano supplici. Guardò con umiltà l’uomo, che si teneva diritto davanti a lei.
«Perché non vuol credermi? Mi creda e faccia cessare questo interrogatorio, che mi strazia. Accetti la mia confessione!»
Il commissario le parlò con dolcezza, quasi:
«Vogliamo tentare assieme di trovare la verità, quella verità, che lei stessa ignora? Soltanto, quando avremo potuto guardarla bene in volto, la verità, potremo tentare il salvataggio di quanto ancora non è andato a fondo.»
Maria Giovanna continuò a fissarlo, senza parlare.
«Sì, che lei lo vuole, signorina Marchionni. Per amor di se stessa, di suo padre, per amore di…»
Stava per nominare Giannetto, ma si fermò: gli era apparso il volto pallido dai lineamenti così regolari, esili, trasparenti, come cristallo, di quell’altro, lassù, nella soffitta dai mobili troppo preziosi…
Perché non giocare subito quella carta?
Il tempo incalzava. Quella non era un’inchiesta delle solite, da condursi con placidità burocratica. Ogni minuto aveva peso e valore.
Guardò alla porta del salottino, dietro cui doveva tenersi il conte ed esitò. Forse, il vecchio ascoltava.
Alzò le spalle.
Sapeva pure che — una volta finito tutto, una volta scoperta la verità — il terreno attorno sarebbe stato seminato di rovine.
«Per amore di… Remigio Altieri,» scandì lentamente, abbassando la voce.
E la giovane balzò in piedi con il volto improvvisamente acceso, gli occhi fiammeggianti, le labbra frementi di sdegno.
«Come si permette, lei?… Perché proferisce quel nome?»
De Vincenzi fece un gesto per placarla.
La preferiva così, del resto, pronta alla lotta, nella pienezza delle sue forze.
«Perché lo ha nominato? Chi le dà il diritto di frugare nella mia vita? Come ha saputo?»
«Lei dimentica che Remigio Altieri abita in questa medesima casa…»
Un lampo gli si era fatto nello spirito: «la signorina», come la chiamavano la portinaia e il cameriere, si recava quasi ogni giorno in via Monforte, passava davanti alla portineria, ma non sempre andava da Aurigi.
«…e non vuol ricordare che si recava quasi ogni giorno a visitarlo, lassù, all’ultimo piano…»
Fu come un crollo, che si produsse in lei. Il sangue, che le era affluito alle gote, le tornò impetuoso al cuore, lasciandola con il volto esangue, bianco di marmo.
«Come ha saputo?» mormorò.
«Non importa come io abbia saputo. L’importante è che ancora non abbia saputo nulla Aurigi…»
E indicò la porta chiusa della sala da pranzo.
Maria Giovanna seguì lo sguardo.
«È lì dentro?» chiese con un filo di voce.
«Lì dentro, in istato d’arresto» pronunciò fermamente il commissario. «E, forse, lui preferirebbe…»
«Glielo dirò io stessa!» affermò Giovanna, irrigidendosi. «Glielo avrei detto da molto tempo se…»
Ma si fermò.
«Ebbene, tutto questo non c’entra!»
Aveva ritrovata ancora una volta la sua energia. De Vincenzi capì che avrebbe lottato con le unghie e i denti, come una tigre, adesso che il suo segreto era stato scoperto.
Occorreva giocar serrato, se non voleva perdere il vantaggio.
Ma era proprio un vantaggio, il suo? O non più tosto lui brancolava ancora, senza aver nulla scoperto di essenziale e di concreto, correndo a volta a volta dietro luci effimere, che apparivano nella tenebra, per subito allontanarsi e scomparire, semoventi e fantomatiche come fuochi fatui?
«Lasci da parte per sempre Remigio Altieri!»
«Non mi è possibile, signorina Marchionni. Fin quando non abbia saputo chi ha ucciso il banchiere Garlini, mi è impossibile lasciare in disparte nulla e nessuno. Il signor Altieri dovrà rispondere di se stesso, come tutti gli altri.»
«Ah! no!»
Il grido risuonò soffocato, ma terribile. C’era in esso tanta passione contenuta che il commissario rabbrividì sino alla nuca: ebbe proprio la sensazione fisica di una vibrazione intensa ed elettrica.
Come lo amava!
Ma perché, allora? Perché, era venuta ad accusarsi di avere ucciso, tentando a quel modo di salvare Giannetto?
E proprio lei era stata quella notte nella casa. E vi aveva smarriti una fiala di veleno e un bastoncino di cinabro.
Eppure non aveva ucciso. Non poteva avere ucciso.
«Perché non sarebbe stata lei?» si chiese ancora una volta il commissario e lanciò una rapidissima occhiata a quella pendola, che era la chiave del mistero.
Maria Giovanna rimaneva diritta, fierissima, sfavillante, davanti al commissario e lo fissava.
«Ah! no!» ripeté. «Lei non coinvolgerà Remigio Altieri in tutto questo. Lui non c’entra. Lui non ha altra colpa che di amarmi, come io lo amo. Perché io lo amo. Avrei spezzata la vita sua e la mia, per una ragione più forte e terribile del nostro stesso amore, del nostro stesso spirito di conservazione, ma lo amo, capisce? Non amo che lui! E forse, ormai, gliel’ho spezzata, la vita! Ma coinvolgerlo in tutto questo, no!… Non capisce, lei, che tutto il dramma che viviamo è ignobile!?… E lui è puro! Lui è superiore ad ogni sospetto!»
Aveva parlato in fretta, ma sempre a voce bassa. Si fermò. Aspettava.
«Ebbene, tutto questo può darsi,» disse De Vincenzi. «Ma io debbo sapere.»
E si diresse verso la porta.
«Dove va?»
La giovane lo aveva seguito. Era pronta a slanciarsi.
L’altro non si volse.
«Dove va?» ripeté e lo afferrò per un braccio.
«Da lui!»
E, liberatosi dalla stretta, continuava a camminare. Apriva l’uscio.
«Si fermi! Che vuol sapere da lui? Le dirò tutto io, quel che c’è da dire… quel che so… ma non lo interroghi! Non gli faccia conoscere questa cosa, orribile! Che vuole che possa dire lui!…»
De Vincenzi si fermò.
«Perché è venuto ad abitare in questa casa?…»
Maria Giovanna lo scrutò, quasi volesse leggergli negli occhi fino a qual punto conosceva la verità.
«Ma non c’è venuto… ci stava. Credo che abbia sempre abitato qui.»
«No. Sono due anni appena.»
«Ah!»
«Perché continua a mentire?»
«Ebbene, è vero. È venuto ad abitare qui, quando io mi fidanzai con Giannetto Aurigi.»
«E lei perché si è fidanzata con Aurigi, se non lo amava, se amava un altro?»
La giovane esitò. Tacque. Sembrava confusa. Ma nulla in lei rivelava la vergogna e il pudore offeso. Piuttosto una nuova angoscia.
«Perché ha voluto far questo?» insisté De Vincenzi, che le si ergeva adesso davanti come un accusatore. E rimaneva con la mano sul saliscendi della porta, pronto ad aprirla.
«Non posso dirglielo. Ancora non posso dirglielo. Esisteva una ragione ed era ferrea, attanagliante, terribile come un castigo divino. Ma non posso rivelarla. E mi lasci sperare di non dover rivelarla mai.»
Il commissario tacque. L’osservava. Sembrava sincera. E, del resto, tutto in lei spirava una tale passione, un tale amore esclusivo e violento per quell’altro, per il giovane della soffitta, che era difficile immaginare che si fosse piegata alla rinuncia, senza una ragione formidabile, più forte di lei stessa e delle sue possibilità di lotta.
«Non me la riveli. Forse, in tutto questo non c’entra. Ma sta di fatto che quando Remigio Altieri la seppe fidanzata ad un altro, a Giannetto Aurigi, volle venire ad abitare in questa casa. Quale fu il sentimento… o il calcolo che spinse lui a far questo e lei ad acconsentire?»
«Perché parla di calcolo?» esclamò con rimprovero la giovane. «Eppure, avevo sperato che lei comprendesse… che lei fosse Umano…»
«Non so!… Perché non mi spiega?»
«Che ho da spiegarle? Altieri era stato il mio maestro di francese, fin da giovinetta. Troppo giovane anche lui, vuol dire? Fu il caso! Il babbo lo preferì ad altri professori… perché… perché costava meno… Il babbo è stato sempre molto economo…»
Aveva detta quest’ultima frase in fretta, arrossendo, come se non quella fosse stata la ragione, ma un’altra.
Subito cercò farla dimenticare, sorvolando:
«Fu il Destino, gliel’ho detto! Non potevo conoscerlo altrimenti e dovetti conoscerlo così. E lo amai. Oh! non subito, naturalmente. Nei primi anni non mi ero resa conto del sentimento, che lui nutriva per me e di quello che stava sorgendo nel mio cuore, giorno per giorno. E lui non avrebbe neppure osato mai confessarmelo, se un giorno… Le debbo dire che negli ultimi anni, quando io ero già una giovane donna… una signorina libera o quasi… perché mio padre mi ha sempre educata liberamente, dandomi la sensazione delle mie responsabilità davanti a me stessa e agli altri… molto spesso con Altieri facevamo la nostra lezione, passeggiando… Del resto, si trattava, ormai, soltanto di conversazioni in francese e non di vere e proprie lezioni… Quel giorno, circa tre anni or sono, eravamo andati fuori di città, oltre l’Acquabella… era la nostra passeggiata preferita… Ci colse un temporale… uno di quegli acquazzoni d’autunno, che si scatenano all’improvviso e che sembrano voler sommergere la terra. Eravamo in aperta campagna, oltre la linea ferroviaria, oltre le fattorie e le case… C’era una scarpata… con un fosso… Là, sotto, il terreno rientrava… faceva una specie di volta… Corremmo a rifugiarci in quel riparo… Era stretto… L’acqua veniva di traverso… Ci addossammo più che potemmo al terreno… E mi trovai fra le sue braccia… Fu un lampo!… Per me quell’abbraccio costituì la rivelazione di me a me stessa… Quando tornammo a casa, sapevo di amarlo.»
Aveva narrato l’episodio, vivendolo nella memoria e ne era stata così assorbita, da dimenticare anche la realtà presente. Gli occhi le lucevano; le gote le ardevano.
«Ecco!» disse e davvero le sembrava che non ci fosse più nulla da dire. Per lei tutto cominciava e finiva in quell’amore.
«E poi?» chiese con dolcezza il commissario. Anche lui si sentiva commosso: uno strano sottile turbamento lo aveva invaso. Una grande tenerezza. Un desiderio improvviso di fare il bene, di seminare la felicità attorno a sé.
«E poi?» ripeté. «Continui pure. La comprendo.»
«Sì!» esclamò Maria Giovanna. «Forse, lei, mi comprende! Ma il resto è più difficile. Non posso dirle tutto. Bisogna che mi creda, anche se quel che dico non è chiaro.»
Si raccolse un momento.
De Vincenzi aveva tolta la mano dal saliscendi. Adesso era inutile minacciare di andar su da quell’altro. Tutto gli appariva così logico, così naturale, così buono.
«Vivemmo giorni d’estasi. Avevo l’impressione di trovarmi in un altro mondo, di non essere più me stessa. Remigio veniva per la lezione ogni giorno… ma adesso avevamo da parlare di noi, del nostro amore. Remigio faceva progetti. Si sarebbe imposto ogni sacrificio. Avrebbe raddoppiato il lavoro. Doveva arrivare a farsi una posizione. Io, però, non volevo nascondere nulla ai miei genitori. Volevo che sapessero. Remigio mi aveva raccontata la storia di suo padre e anch’io mi sentivo capace di abbandonare la famiglia, di fuggire con lui, come aveva fatto sua madre… Non ebbi il coraggio, però, di parlare subito col babbo… Una mattina, la mamma m’interrogò. Ad una madre non sfugge nulla di quel che passa nel cuore della propria figlia!… Non seppi tacere… non volli mentire con lei… Le confessai tutto. La mamma mi adora… Credevo di vederla aprirmi le braccia, felice della mia stessa felicità… Invece, scoppiò in pianto…»
Fece una pausa, fissò De Vincenzi come per scongiurarlo di comprenderla e di permetterle di tacere quel che non voleva, che non poteva dire.
«Sì. Scoppiò in pianto e mi disse che mio padre voleva che sposassi Giannetto Aurigi. Sentii uno schianto. Il mio primo impulso, fu di ribellarmi. Oltre tutto, mi sentivo incapace di recitare una commedia infame… Ma poi…»
Tacque. Palpitava.
«E lui? Altieri?» chiese De Vincenzi.
«Ah!»
Si allontanò. Andò al divano. Sedette. Sembrava assorta. Guardò la porta della sala da pranzo. Fremette.
Poi si volse verso il commissario e gli disse con voce bianca, quasi continuasse il racconto, senza interruzione, senza lacune.
Nel suo spirito, pur troppo, le lacune non esistevano!
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«La prima volta che venni in questa casa a trovare Aurigi… era necessario che ci venissi!… vidi sul portone Remigio. Mi aspettava. Mi disse che abitava qui! Così lo avrei avuto vicino, sempre! E la sofferenza di lui era infinita. Un martirio, le dico!… E durò due anni… E poi, da qualche giorno, l’angoscia terribile del dramma, che precipitava… E poi il terrore della notte scorsa… E poi oggi!… Questo terribile presente, che mi appare…»
«Quale dramma?…» chiese il commissario, chinandosi verso la giovane. «Quale dramma, che precipitava?…»
«No!» gridò. «No!… Non posso dirlo!… Non debbo!…»
Fissò quell’uomo, che le si faceva sempre più vicino, cercando di leggerle l’anima negli occhi, e agitò le mani davanti a sé, per allontanarlo.
«Ho ucciso io Garlini! Ho ucciso io Garlini!»
E tacque, spasimando.
De Vincenzi si allontanò da lei con un gesto di dispetto. Il volto gli si contrasse.
Sentiva di nuovo sfuggirgli la verità.
Tutto quel racconto non aveva servito che ad allontanarlo dal punto cruciale. E aveva dato il modo alla giovane di riprendersi, di tornare a trincerarsi dietro quella sua menzogna eroica ed inutile.
Ah! no. Adesso, avrebbe agito a fondo.
Quella giovinezza già martoriata dal dolore lo angosciava; ma c’era un morto, c’era il suo dovere c’era anche l’assoluta necessità, che si era imposta, di salvare Aurigi e tanto più doveva farlo adesso che lo sapeva infelice, colpito anche nel proprio sentimento di uomo, ferito nel cuore.
Tutto quel racconto era, forse, sincero. Anzi, lui lo riteneva sincero e veritiero. Ma non spiegava l’assassinio, non spiegava la presenza di Maria Giovanna in quell’appartamento proprio la notte del delitto, soprattutto non spiegava la fiala del veleno.
E lassù in alto, c’era quell’altro essere umano, sorto improvvisamente ad illuminare di luce avvampante gli avvenimenti, il quale pure doveva sapere qualche cosa, perché non era presumibile che avesse dormito placidamente, mentre a poca distanza da lui la donna che egli amava stava vivendo un’orribile tragedia.
Avrebbe agito.
Guardò la donna. Sicuro, avrebbe cominciato proprio da lei!
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