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4. Una memorabile notte d’amore
ОглавлениеIndubbiamente gli uomini sono cattivi con le povere bestiole innocenti e non soltanto sgozzano i polli; impallinano gli augelletti e le lepri, scannano i cinghiali e gli stambecchi, e persino i domestici porci e i mansueti vitelli privi ancòra di corna; ma fanno morire per brutale malvagità le mosche, prese alla carta vischiosa che sa di ingannevole miele, e propinano ai topi pizze degne di Tomaso Griffiths Wainewright5 ed inceneriscono le formiche nei loro buchi e lanciano esalazioni mefitiche ed avvelenate, per uccidere le libere bestiole comunque ronzanti e frinenti.
Io non difendo gli uomini dalla accusa di crudeli. Lo spettacolo della loro crudeltà è quotidiano. Nè sostengo che il regno della forza è quello della giustizia, dacchè non ho elementi sufficienti per dare un volto alla giustizia, che non conosco se non sotto la specie di due o più policeman, tanto che ho sempre evitato di avere a che fare con lei. Ma pur riconoscendo la cattiveria degli uomini, non posso questa notte non imprecare alla cattiveria delle zanzare. Ammetto che anche le zanzare abbiano ragioni personali da far valere nell’affermazione del diritto alla vita; ma non so giustificare la loro assurda pretesa che debba essere io a nutrirle col mio sangue, nè più e nè meno della eroica madre di figliuoli anemici o emottoici.
Non io, è certo, ho creato le zanzare e non io dunque, ho l’obbligo di provvedere al loro sostentamento. Eppure, mentre attendo Franzyska, nella mia camera numero 9, le zanzare – piccole e grandi, leggiadruzze e rapidissime, con le trombe spavaldamente rivolte alla luce delle lampadine abbaglianti e i sottili corpicini nudi come danzatrici – empiono la stanza di clamore e fanno fiorire il mio corpo di piccole bollicine pallide.
Spengo la luce. Le zanzare cantano la loro disperata canzone nel diffuso chiarore lunare che entra dalle due finestre spalancate. Disteso nella poltrona, io attendo. Tra poco suonerà la mezzanotte. Tra poco Franzyska verrà. Che cos’è questa strana agitazione indefinita, che mi rende impaziente, come un collegiale al suo primo appuntamento amoroso? Impaziente nei sensi, perplesso nel rendermi conto della situazione. Franzyska ha gli occhi verdi, ma questo non è sufficiente perchè la mia speranza d’amore assuma forme così poco consuete in chi s’è trovato mille volte nella sua vita errabonda a stringere fra le braccia donne con pupille di ogni colore. Non è certo questa la causa della trepidazione che constato in me.
Ma è soltanto trepidazione sensuale la mia? O non più tosto la stranezza degli avvenimenti – certo preordinati da una volontà superiore o comunque più forte della mia – influisce sui miei sensi, esasperandoli in un desiderio carnale, che è poi un desiderio di conoscenza, come tutti gli istinti carnali sono, e che non può scambiarsi con un sentimento di riconoscenza, neppure quando il desiderio sia stato appagato?
Sdraiato nella poltrona, bagnato dal chiarore lunare, oltrechè dal sudore e dal vapore acqueo di cui l’aria marina di Alessandria è satura, guardo in faccia il mistero di questa notte, con fermezza con chiaroveggenza. Nikola è un pazzo lucido, ed è inoltre un briccone astuto e pericoloso. Ma Franzyska? Una complice? Una vittima? Una succube? Un’ignara? Un’incosciente?
Semplicemente una donna, mi dico. Con gli occhi verdi e le gambe ben fatte, e quindi tanto più donna.
O forse, non è soltanto questo. È anche una spia. Ricordo di avere, nella mia vita errabonda, conosciuta un’altra spia, che era donna.. Questo avvenne a Batum, due anni orsono. Allora io facevo il cambusiere su di un cargo genovese, che portava petrolio, fuggiaschi russi, ladri di ogni nazionalità e altra simile merce, da Costantinopoli a Batum e viceversa. Sceso a terra, per sgranchire le gambe e anche per prendere un treno che mi portasse verso l’interno, giacchè ne avevo abbastanza del cargo e della sua merce, mi fermai alla notte in un albergo. Che cos’è un albergo di Batum? È un luogo dove non vi consiglio di sostare, se proprio le circostanze non vi ci obbligano. Comunque, io vi incontrai Ileana. Graziosa, rotondetta, spudorata. Si giacque meco per una modesta mercede, che le avevo offerto con dignità, per quanto con la segreta speranza che ella la rifiutasse come troppo misera. Non la rifiutò, invece, e nel sonno – caduta in uno stato blando di sonnambulismo loquace – mi rivelò come si trovasse a Batum dietro le tracce di un ufficiale bulgaro, che era fuggito con qualche «rilievo» di fortezza e con un disegno completo del nuovo cannone-revolver adottato dall’esercito rumeno.
Ricordo ora questo fatto, perchè quella rivelazione ebbe per effetto di svegliare il mio interesse erotico per Ileana, fino al punto di indurmi a offrirle di partire con me. Accettò, infatti, e soltanto al terzo giorno, non ricordo più in quale città della Russia carpatica, si decise a lasciarmi, essendosi finalmente convinta, ella mi disse, che io non ero affatto l’ufficiale da lei inseguito.
— Ma se non conosco una parola di bulgaro, disgraziata!
— Appunto per questo, avevo creduto! Un ufficiale bulgaro che fugge parlerà tutte le lingue, tranne il bulgaro, se proprio conosce il suo mestiere.
Ileana, infatti, come dubitarne? conosceva il suo mestiere di spia, e la sua partenza ruppe un legame, che in me si andava facendo sempre più saldo. Mi chiedo ancora se avverrà qualcosa di simile con Franzyska, e soffro acutamente alla prospettiva di una tale eventualità, che potrebbe indurmi a dimenticare i miei più sacri doveri di «agente segreto».
Le zanzare gridano. La sveglia fosforica, che sempre mi accompagna, segna sul comodino la mezzanotte. Sento pel corridoio lo scorrere ovattato di un passo e alla mia porta un leggero sfregamento che potrebbe essere di un gatto, se non fosse quello delle rosee unghie di Franzyska. Balzo in piedi e accendo la luce. Se non puro come un Galahad, io mi sento appassionato come Lancillotto. Qui è il male! E do la colpa al clima egiziano, che rende più acuta la tragedia del mio temperamento equatoriale.
Attendo, in mezzo alla camera. La porta si apre, Franzyska appare. È in pigiama di seta bianca, bordato d’oro. Ha una fiamma di capelli cupi sulla fronte e una zazzeretta scintillante attorno alla testa. Richiude la porta dietro di sè, avendo cura di far scorrere il piccolo catenaccio nichelato. Mi sorride. Una zanzara la morde, ed ella lancia un piccolo «auff!» e batte l’aria con le mani. Vede il letto circondato dalla zanzariera e vi si precipita dentro. In ginocchio, adesso, in mezzo al letto, come una statuetta di Copenaghen coperta da un velo, mi parla.
— Puntuale?
Sorrido (sento di sorridere fanciullescamente, mostrando i denti bianchi, così come tante volte ho notato che sorridono gli inglesi, quando sono turbati).
— Oh!... Sì. Grazie.
— Non avevo ragione di dirvi che ci sono appuntamenti e... appuntamenti?
— Certo!... Uff!... Ciacc....
— Che dite?
— Ho cercato di uccidere una zanzara... e mi sono dato una guanciata....
— Non mi sembra un buon metodo. Più tosto...
— Più tosto?
— Venite anche voi qui... sotto la zanzariera. C’è posto per due.
Evidentemente, c’è posto per due; ma lei, quando io sono entrato, s’è accovacciata graziosamente sui cuscini e ha lasciato a me tutto il letto. Che farne di tanto spazio? Mi seggo con le gambe incrociate al modo turco, che è poi un modo largamente diffuso anche in Occidente. Franzyska mi guarda: ebbene, ella ha un certo suo sguardo, carico d’ironia e di compatimento e di affetto, che mi turba. Reagisco, cercando di apparirle freddo, deciso, brutale.
— Possiamo parlarci ora, signora?
— Ma certo che lo possiamo, mister Domiziani. A proposito, ditemi, vi prego, il vostro petit nom, se volete che questo colloquio assuma un tono confidenziale...
— John... Voglio dire: Ippolito.
— John va meglio. Ebbene, John?
— Ebbene, Franzyska, che commedia è questa?
— Una antichissima commedia, John, rappresentata ormai milioni e milioni di volte. La commedia è vecchia: soltanto gli attori si rinnovano, sicchè non dipende che da essi renderla più o meno piacevole.
— Volete dire che stiamo recitando la commedia dell’amore?
— Il luogo a ogni modo sarebbe adatto.
— Quale amore?
— Oh! non pretenderete mica ch’io vi dica di amarvi, John! E neppure crederete che io esclami: «Ah! che cosa mi farete fare!». Oppure che mi dibatta fra le vostre braccia, mentre faccio in modo che la mia veste si slacci...
— Bene. Le circostanze non consentirebbero un tale contegno. Ma questa non è soltanto la commedia dell’amore, Franzyska. Voi ne recitate un’altra ben più interessante o ad ogni modo di genere diverso.
— E quale, se vi piace?
— Andiamo per ordine. Voi siete la moglie di Nikola Cripopoulo?
— Mi sono lasciata sposare da lui, tre mesi fa, a Marsiglia.
— Perchè lo avete fatto?
— Per amore.
— Non scherzate, Franzyska!
— Bon! Allora diremo per interesse.
— Via!
— Oh! beh! Sentite: una ragione per sposarlo ha da averla avuta, no? Escludete l’amore, escludete l’interesse, che cosa rimane?
— La necessità di dare un’apparenza legale a una complicità di cui ancora mi sfuggono le forme e gli scopi, ma che indovino losca e pericolosa.
— Oh! là là! Come correte! A ogni modo sarebbe un interesse anche questo! Diciamo, allora, complicità. In che cosa potrebbe turbarvi, essa?
— In tutto. Ma andiamo avanti: voi siete la moglie di Nikola da tre mesi, lo avete sposato a Marsiglia, ebbene, voi venite ad Alessandria con un piroscafo delle Messageries e vi giungete alcuni giorni prima che vi arrivi Nikola, il quale viaggia con me su di un piroscafo della Sitmar . Come spiegate questo?
— Non lo spiego. Anzi non desidero spiegarvelo. Come potrebbe interessarvi?
— Mi interessa moltissimo. Ma non è tutto. Voi siete la moglie di Nikola, ebbene voi abitate al Claridge e lui a casa sua, dove ha un’altra moglie araba e dove voi lo andate a visitare due volte il giorno, mentre la notte... ecco, la notte vi recate nella camera del primo uomo che vi trovi bella e che ve lo dica.
— Mi rimproverate per questo, ingrato!
— Non vi rimprovero, constato. E aggiungo: soltanto un caso ha fatto sì che io venissi a sapere che siete la moglie di Nikola Cripopoulo; se non lo avessi saputo, quale storia mi avreste narrata questa notte lo sa il cielo!
— No, non lo sa. –
— Chi?
— Il cielo; perchè non lo so neppur io. Infatti, vi avrei narrato una storia. Non lo nego. Ma poichè non ho più nè la voglia, nè una ragione per raccontarvela, che cosa ve ne importa?
Franzyska mi si avvicina. Sento un braccio scorrermi dietro il collo e una fresca mano setificata posarmisi dolcemente sulla bocca:
— Basta, John! Basta con questo interrogatorio inutile! Non vi sembra di sciupare un tempo prezioso?! Non credete che io valga meglio e di più di tutte queste domande?
Sì, certo, ella vale di più. Se avessi avuto ancora dei dubbi, il contatto del suo corpo me li avrebbe tolti. E del resto, che cosa pretendo io? Che costei, se ha un segreto, come certo lo ha, me lo confidi spontaneamente, semplicemente, la prima volta che si trova a letto con me? Si può concedere il corpo così; ma il cervello, il cuore, il meccanismo delicato e misterioso della propria esistenza, no! Sono stato pur sciocco a sperarlo!
— Franzyska, non badate a tutte le sciocchezze che vi ho detto! Rispondete soltanto a questo, soltanto a questo, Franzyska: perchè subito mi avete dato un appuntamento, proprio a me, e prima ancora che io ve lo chiedessi?
— Perchè non c’eravate che voi. Perchè, pur non amandovi, mi piacete. Perchè... cerco l’amore, John, non un amore, l’amore, semplicemente, come lo cercate voi uomini, come lo cercano tutte le bestie, umane e no, sotto questo sole d’inferno, nella calura di queste notti che stremano e incendiano. Non conoscete l’Egitto, John! Io lo conosco ormai da tre notti! Queste terre, alla notte, sono tutto un palpito, tutto un ansioso affocato spasmodico palpito d’amore!
Ebbene, ancora ha ragione lei. E io smarrisco tra le sue braccia ogni possibilità di ragionare, di conoscere, di temere.
Chi ha fatto girare la maniglia della porta?
Ho sentito distintamente lo scatto della molla. Non dormivo, ero affranto, spossato, dolcemente inebriato di languore, ma non dormivo. Ho sentito lo scatto: uno scatto metallico, secco, che ha gridato ahi! sul lieve respirare ritmico di Franzyska e sul mio, più forte del ronzio uniforme delle zanzare, altissimo nel silenzio di questa notte immota.
Mi sollevo sul gomito e guardo fissamente alla porta. La luce è ancora accesa. Maledetta zanzariera! La sollevo, mi sporgo dal letto; inchiodo il mio sguardo contro il pomo nichelato della maniglia, sul piccolo catenaccio che Franzyska ha fatto scorrere, un catenaccio da burla, che una spallata basterebbe a far saltare.
Ecco, è passato un minuto, forse due, e veggo, veggo chiaramente il pomo girare e sento la porta gemere lentamente sotto una pressione debole sì, ma continua, la pressione di una spalla o di un ginocchio appoggiati contro di essa.
Apro la zanzariera, balzo dal letto, afferro la rivoltella e guardo la porta con gli occhi sbarrati, i muscoli contratti, il corpo pronto allo slancio. Rattengo il respiro, nell’attesa. Uno strano formicolio mi stringe i fianchi, mi opprime il petto, mi sale per il collo alle guance. Provate a sentire nella notte lo scatto metallico di una maniglia e a vedere una porta che si muove, che vuole aprirsi, che si aprirà, mostrandovi qualcosa o qualcuno che ignorate ancora, che non sapete immaginare, che è il pericolo ignoto o soltanto l’ignoto, e capirete la sensazione spasmodica che provo io in questo momento di attesa, lungo come un’eternità.
Il gemito lento smorzato della porta si prolunga sotto la pressione che intuisco, che vedo.
— Che c’è? Che avete? Perchè fate questo, John?
Franzyska s’è destata e mi fissa con i suoi grandi occhi verdi.
— Tacete! C’è qualcuno che vuole entrare e che preme contro la porta.
Franzyska guarda, trasale, salta accanto a me, con gli occhi sbarrati, le labbra esangui, il corpo agitato da un tremito convulso.
— No! No!... Chi è? Chi è, là dietro?
La voce le esce strozzata dalla gola; ella ha paura, ella ha più paura di me.
— Tacete, dunque! – e la serro contro di me, e le comprimo la bocca con la mano libera dalla rivoltella. – Tacete, o lo farete fuggire!
Ecco: la pressione è cessata, la porta non geme più, la maniglia come liberata dalla stretta che la teneva scatta di nuovo seccamente.
— Maledizione!
Getto il corpo di Franzyska contro il letto, mi lancio alla porta, levo il catenaccio, spalanco il battente e corro nel corridoio. Nessuno. Il largo corridoio illuminato è vuoto, silenzioso, ovattato di immobilità dal greve tappeto rosso alle lampade opache attorno a cui ronzano le mosche. Lo percorro fino allo scalone, mi getto nell’altro braccio di esso, ritorno dinanzi alla porta della mia camera. Nessuno. Rattengo il respiro per udire un passo, un rumore, un indizio di vita. Nulla. Eppure, certo, qualcuno ha tentato di entrare nella mia camera! E non può essere fuggito così rapidamente, che io non lo abbia veduto o per lo meno non lo abbia sentito scendere o salire le scale, nella sua fuga.
— Rientrate, rientrate, dunque! Abbiamo sognato.
Ma non abbiamo sognato. Vedo in terra brillare qualcosa, proprio davanti alla mia porta, sul tappeto rosso. Mi chino e raccolgo un bottone d’argento, un bottone da camicia da uomo di filigrana d’argento, con una pietra gialla nel mezzo. Adesso, sono di nuovo completamente padrone di me. Questo bottone ha dato un segno al pericolo, un volto all’ignoto, una cifra al mistero.
— Perdonatemi, Franzyska! Certo è stato un sogno. Coricatevi. Chiudo nuovamente la porta e mi corico con voi.
Franzyska ha passato il braccio attorno al mio collo e mi accarezza dolcemente
— Povero caro! Ma perchè vi siete messo in questo stato di ansia? Che cosa avete? Di chi o di che cosa temete?
— Ma di nulla, Franzyska! È stato un sogno. Un’allucinazione, del resto, che avete avuta anche voi!
— Dormite ora, John. Dormite, piccolo caro!
E leva la mano contro la luce, per farne schermo ai miei occhi. Guardo la mano affusolata, bianchissima, il polso sottile, che una vena azzurra traversa... e vedo che la manica del suo pigiama è chiusa da un bottone di filigrana d’argento con una pietra gialla nel mezzo. Le afferro l’altro braccio, guardo al polso: i bottoni ci sono tutti e due.
— Che bei bottoni avete, Franzyska.
— Questi? Sono strani, ma non belli. Li ho comperati al Cairo e li conservo per ricordo. Tutti gli indigeni che vestono all’europea li portano. E giacchè vi è passato il sonno, John, parliamo pure, se volete....
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