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2. Monforte… quaran…
Оглавление«Pronto!»
De Vincenzi era andato a sedersi al tavolo ed aveva afferrato il ricevitore. Aurigi gli voltava le spalle e fissava il calendario.
«Sì, squadra mobile… Sono io… Ciao, Maccari… Di pure… No, aspetta…»
Prese una matita e tirò a sé sul tavolo un blocco di carta.
«Dimmi ora, chè scrivo… Bene… Monforte… quaran…»
La voce s’interruppe e De Vincenzi continuò a scrivere in silenzio. Aveva represso a fatica un sussulto e il suo sguardo era corso rapido e terrorizzato a Giannetto, che gli voltava sempre le spalle. Poi aveva riabbassato il capo sul foglio di carta. Per un momento era stato come se un gran vuoto gli si fosse fatto nel cervello; ma aveva subito vinto lo smarrimento e, quando tornò a parlare dentro il cornetto, la sua voce suonò calma e indifferente.
«Va bene… Ho capito benissimo il numero… e anche il nome… È morto?… Capisco… Tu mi aspetti, naturalmente… Vengo subito… Porterò gli agenti che ho sottomano; ma preparati a lasciarmene qualcuno dei tuoi… Ciao.»
Lentamente, riappese il ricevitore. Aveva lo sguardo duro e la mascella contratta.
«Che c’è?…» chiese Giannetto, voltandosi. Vide il volto dell’amico e ripetè quasi con paura:
«Che è successo?»
«Niente!… Affari… d’ordinaria amministrazione. Volevi un bel delitto, eh!»
Premette il bottone del campanello e fissò ancora Aurigi:
«Perché, proprio stanotte volevi un bel delitto, tu?»
«Io?… Ma che hai, De Vincenzi?»
«Sei sicuro d’aver passeggiato per due ore?»
«Ma sì. Te l’ho detto. E che c’entra, adesso?»
Basso, tarchiato, un torso quadro e muscoloso su due gambe troppo corte, il brigadiere Cruni era comparso sulla soglia.
«Ha chiamato me, cavaliere?»
«Sì. Tu e tre agenti. Un tassì. Subito.»
Cruni chinò il busto in avanti con una specie di inchino, che era saluto e risposta e fece per andare. Il commissario gli gridò dietro:
«Mandami Paoli!»
Poi rapidamente prese il pastrano e lo indossò.
«Esci?» fece Aurigi. «Vengo con te…»
«No. Non puoi. Aspettami qui.»
«Perché vuoi che ti aspetti qui? Sono quasi le tre. Me ne vado a casa.»
Per quanto padrone di sé e oramai deliberato a non vedere nell’amico d’infanzia che un «caso» interessante la sua ragione e il suo dovere, De Vincenzi trasalì visibilmente.
Quasi inconsciamente ripeté:
«A casa? A casa tua?»
Aurigi lo guardò sorpreso.
«Ma sì. Oh! dove vuoi che vada? Ma che hai, Carlo? Impazzisci?»
«Ti sembra?»
Stava per fermarsi e mettersi ad interrogarlo. Poteva essere un mezzo. Ma subito ci rinunciò e fu con voce fredda che disse:
«No, non andartene. Aspettami qui. Te ne prego. Avrò qualcosa da raccontarti, al ritorno.»
L’altro alzò le spalle.
«Come vuoi! Infatti, perché dovrei andarmene a casa?…»
Sorrideva. Sedette.
L’agente Paoli comparve nel quadro della porta.
«Son qui, cavaliere.»
De Vincenzi si mise il cappello, fece un segno di saluto ad Aurigi e raggiunse rapido la porta. Paoli si trasse da parte. Il commissario gli sussurrò brevemente un ordine e sparì.
L’agente aveva trasalito e adesso fissava con curiosità professionale l’uomo in frak, che, seduto tranquillamente, tamburellava con le dita sul tavolo del commissario.
«Mi fate compagnia?»
«Se non la disturbo…»
L’accento della guardia non era né ironico, né rude; ossequioso, piuttosto.
«A me?… Sedetevi…»
E spinse verso di lui, sul tavolo, l’astuccio aperto delle sigarette.
«Ecco gli altri, se Dio vuole! Per questa notte sarà finita…»
Aveva squillato il campanello. L’agente si era alzato dalla poltrona e si dirigeva lentamente verso la porta d’ingresso.
Il salotto era tutto illuminato. Troppa luce. Una luce da ricevimento, o da operazione chirurgica. Le tre porte erano spalancate. Quella di sinistra, che dava sull’altro salottino più piccolo; quella di destra della sala da pranzo; e quella di fondo, che s’apriva sulla stanza d’entrata.
L’altro agente scrollò le spalle:
«Come se non si stesse meglio qui dentro che al Commissariato!»
Sulla porta del salottino era apparso il commissario Maccari. Grassottello, rotondo, tutto pieno di bonarietà, Maccari aveva le mani in tasca. Ma il volto contratto rivelava in lui un senso d’orrore, di pietà, di concentrazione preoccupata, che faceva strano contrasto con quella sua aria pacifica da buon borghese.
Stava lì sulla soglia e guardava il suo agente, senza vederlo. Parlava tra sé, smozzicando le parole tra i denti.
«Mah!… Un brutto delitto… E chi ci capisce un accidente, è bravo!… Perché quel disgraziato è venuto a farsi ammazzare proprio qua dentro?»
S’accorse che l’agente stava seduto davanti a lui e lo guardava, sorpreso. Batté gli occhi, come se si svegliasse.
«Avete frugato dappertutto, voi?»
«Così, cavaliere… Una prima occhiata!…»
L’agente si era alzato e, quando gli fu vicino, gli disse con accento desolato:
«Intanto…»
«Intanto ce lo tolgono, eh?»
«Già… Lei, cavaliere, ha chiamato il commissario De Vincenzi, no?… Squadra mobile… La Centrale assumerà direttamente le indagini… È un delitto importante. A noi ci lasciano i furti e gli scassi…»
Lo scatto del commissario fu sincero, quasi violento.
«E voi ringraziate Iddio, questa volta!»
«Oh! Per me… Ma davvero a lei sembra tanto oscuro questo delitto?… Il nome sulla porta… il nome nelle tasche del morto… la porta spalancata e senza segni di scasso… le luci accese…»
Maccari lo interruppe con bonarietà.
«Spente, figlio mio!»
«Ma no, cavaliere!… Accese… Tutte come adesso, le abbiamo trovate… tutto l’appartamento illuminato a giorno…»
«Già! E c’era buio… Buio!… Le luci erano accese, ma c’era il buio, figlio mio… e qualcosa di losco, di viscido nel buio, date retta a me!… Non è finita! Vi dico io che questa storia è appena cominciata!…»
Sulla porta di fondo era apparso De Vincenzi. Dietro di lui si vedeva il volto curiosamente proteso dei due agenti, che egli conduceva con sé.
«Buona notte, Maccari!»
«Ciao!… Scusami d’averti disturbato, ma non potevo fare altrimenti…»
De Vincenzi si guardava attorno. Fissò subito il lampadario, che era tutto acceso, e batté le palpebre a quel chiarore, perché lui veniva dalla strada con la nebbia.
«Figurati!… E poi… Tu non sai ancora quanto hai fatto bene a chiamarmi… Ti dirò…»
Si guardò di nuovo attorno.
«Tutto così?» chiese.
«Tutto» rispose l’altro. E nella sua voce c’era come un accento di condiscendenza. Maccari sapeva quel che adesso il suo collega più giovane si sarebbe messo a cercare. Le tracce, gli indizi, le orme, la cenere delle sigarette, il profumo nella stanza… E non ne rideva neppure, del resto.
Ma volle mettere le cose in chiaro.
«Del resto, io sono venuto da un quarto d’ora, soltanto… Ho dato un’occhiata… Mi son reso conto che l’affare non andava e t’ho telefonato subito… Tu sei giovane, hai da far carriera, tu!… Io?» Ebbe un sorriso amaro. «Oramai!… E per di più i morti mi fanno impressione. Ne ho visti da che vivo più d’uno… Forse, parecchi… Certamente troppi pei miei nervi!… Che vuoi?… L’uomo vivo lo detesto… Se fossi sanguinario, ucciderei, io! Ma l’uomo… cadavere mi fa pietà… e mi fa terrore.»
Aveva avuto un fremito. Tornò a guardarsi attorno, per mutar corso alle idee.
«Sì, tutto com’era quando siamo entrati. Il telefono è lì nell’entrata… Lo avrai visto… Ho telefonato alla Guardia medica, che mandino un dottore… Ma ce n’era uno solo, che ha dovuto avvertire un suo collega a casa… Verrà, quando verrà… È morto, può aspettare. Vuoi vederlo?»
De Vincenzi non s’era tolto il cappello, per un’abitudine della sua professione. Quella per lui, in quel momento, non era una casa privata; era il luogo del delitto. E rimaneva lì, in mezzo alla stanza, con le mani nelle tasche del soprabito. Sì, il morto avrebbe dovuto vederlo, o presto o tardi. Ma qualch’altra cosa doveva dire, prima, al suo collega.
Non ebbe esitazioni; sebbene un leggero fremito gli rendesse più acuta la voce.
«Sai, Maccari? Questo è l’appartamento di Giannetto Aurigi e Aurigi, per uno di quei casi che non mi fanno meraviglia, tanto forte ormai è in me la convinzione che il caso solo ci governa, è mio vecchio amico… compagno di collegio… e proprio stanotte…» S’interruppe. Perché dir tutto? «Non importa!… Quel che importa, invece, è che, appunto perché Aurigi è mio amico, tanto più è necessario che io abbia i nervi a posto e che cominci dal principio a non commettere errori. Sento già che, se mi sfugge qualcosa, non mi ci ritrovo più. È meglio che vada adagio, con cautela.»
Si tolse il cappello, perché sentiva caldo, adesso. Lo posò sul tavolo e sedette.
«Raccontami.»
Maccari lo aveva ascoltato, fissandolo. Lo scrutava, a quel modo che fanno le persone grasse e bonarie, con gli occhi socchiusi. Sembrava che ammiccasse, e non sorrideva neppure, invece. Ma quando parlò, sul principio, le sue parole erano venate d’ironia.
«Sì, lo so, è un metodo anche questo… Adesso seguite il metodo, voialtri giovani… Ma aspetta… Mi son messo a studiare anch’io… Un po’ tardino; ma non credere che lo faccia per imparare. Lo faccio per rendermi conto di quanti errori abbia commesso o evitati io, così ignorante come sono, da trent’anni a questa parte…
«I cadaveri ti rendono amaro, Maccari!»
«No! Aspetta… Volevo citarti proprio io una regola del tuo metodo… Eccotela…»
E la enunciò, come se recitasse un versetto imparato a memoria.
«Il valore d’un fatto non è nella sua rarità, ma piuttosto nella sua volgarità e prima di pretendere alla chiaroveggenza di ciò, che è invisibile agli occhi della carne, conviene esercitarsi alla chiaroveggenza di ciò che è troppo visibile e, appunto per questo, non attira l’attenzione…»
S’era accostato, rivolgendo adesso verso di sé le punte della sua ironia.
«Bello, eh?»
«Se si potesse far sempre a quel modo!… E così?»
«Così, meno d’un’ora fa, ho ricevuto una telefonata… Venite subito in via Monforte, quarantacinque… è stato commesso un assassinio… Chi è che telefona?… Pronto! Pronto!… Ma la comunicazione era stata tolta… Con gli automatici, lo sai, non si può controllare di dove telefonano… Sono stato un po’ in forse. Ti confesso che sulle prime ho creduto ad uno scherzo… Poi mi son detto: se faccio una passeggiata e non trovo niente, il male è minore di quel che sarebbe, se il morto ci fosse e io non vi andassi… Arrivo qui e trovo il portone semichiuso, la luce accesa per le scale come rimane di solito tutta la notte nelle case signorili e non un’anima… Ma il portone era semichiuso. Capisci? Da quel momento mi sono detto che non si trattava di uno scherzo. La portineria sprangata… I portinai addormentati. Salgo e, subito dopo il primo pianerottolo, Fanti mi dice: “Sente che odore?…” Odore, infatti, come di gas, ma non era gas… era polvere da sparo, cordite… Eppure per le scale non avevano sparato, ché se no avrei trovata tutta la casa sveglia… Al secondo piano due usci, uno chiuso, l’altro aperto… Questo qui… E si vedeva la sala d’ingresso illuminata. Sulla porta, il nome di Giannetto Aurigi. Entro. Lì, nell’ingresso, niente, ma tutte le luci accese. Giriamo. Laggiù una porta chiusa. La camera del domestico, evidentemente. Vuota. C’era il panciotto a righe azzurre del cameriere e i pantaloni e la giacca buttati sul letto. Da quella parte, pure sull’ingresso, la cucina. Vuota. Lì, la camera da pranzo, buia, l’unica buia, e vuota. Qui, nessuno. Lì, un altro salottino e steso per terra, contro il divano, un uomo morto.»
Aveva parlato in fretta, animandosi, e si fermò per riprendere fiato. De Vincenzi lo ascoltava e cercava di seguire le parole sue e di non pensare a tutto quel tumulto di sensazioni e di sentimenti che l’agitava.
Maccari riprese:
«Un uomo morto… Un foro di pallottola alla tempia… Un filo di sangue sul volto. L’uomo era in frak. Lo frugo…
Si cercò nelle tasche. Tirò fuori un piccolo portafogli di marocchino verde. Lo palpò un poco e poi lo tese al collega.
«Eccotelo… Questo è il suo portafogli. Piccolo per via del frak. Dentro ci sono cinquecento lire e sette o otto biglietti da visita.»
De Vincenzi aveva preso la busta di cuoio verde e l’aveva aperta. Senza fretta. Senza curiosità. In lui si era creato insensibilmente uno stato d’animo strano: doveva vedere, voleva vedere, e quasi non poteva o, per meglio dire, ritardava i movimenti per farlo, come se volesse di conseguenza ritardare l’effetto di essi.
«Mario Garlini!»
Aveva trovato i biglietti da visita per primi e aveva letto il nome. Un sussulto lo fece sobbalzare.
«È un agente di cambio…»
«Era, vuoi dire. Adesso è un defunto. Sì, proprio così, era un agente di cambio. Ma era anche qualche cosa di più. La banca Garlini è sua. Si parla di trenta o quaranta milioni suoi, di patrimonio.»
Maccari alzò le spalle e scosse la testa. Trenta o quaranta milioni: quanti! Lui non li avrebbe mai visti. Ma quell’altro non li poteva vedere più. In fondo, non c’era differenza tra loro, adesso. Lui viveva senza tutti quei milioni e quindi non viveva. L’altro era morto e i milioni non erano più suoi. Era triste quella sera, Maccari, e concluse tra sé: siamo morti tutti e due.
Ma ad alta voce disse soltanto:
«Bah! Adesso non può più servirsene.»
Tanto per dir qualcosa, De Vincenzi fece una domanda, che era la più semplice che potesse fare, per cominciar le indagini.
«Segni di lotta?»
«Nessuno. Neppure una sedia rovesciata. Deve essere stato colpito mentre era seduto. È scivolato col corpo in terra.»
«L’arma?»
«Niente! Se non l’hanno nascosta in qualche luogo della casa, il che mi sembra poco probabile, se la sono portata via. Così, si spiegherebbe anche l’odore di polvere per le scale e questo vorrebbe dire che, appena fatto il colpo, chi ha sparato è fuggito.»
«E poi?»
«E poi… Che vuoi?… Subito ho sentito che l’affare era serio e non soltanto per quei trenta o quaranta milioni del morto. C’è qualcosa che non canta bene in tutto questo. Non mi domandare che cosa, perché non lo so. È un’impressione mia. Ma così forte che, dopo aver telefonato al medico, ho subito telefonato a te. Sbrigatela tu!… Giacché posso, io non voglio occuparmene…»
De Vincenzi si alzò. Mormorò, tanto per seguire la logica di Maccari:
«Bah!…»
Ma fece uno sforzo per liberarsi da quell’intorpidimento, da cui si sentiva invaso, e continuò:
«Non hai fatto svegliare i portinai? Non hai suonato alla porta dell’appartamento vicino?»
«Niente. Però avrai visto: il portone è piantonato e su questo pianerottolo c’è un agente.»
«Ho visto…»
Fece un movimento brusco e deliberatamente andò verso l’uscio di sinistra, quello che dava nel salottino. Guardò il morto e non ne ricevette nessuna impressione. Soltanto chiese a se stesso, quasi con rancore verso quel cadavere: «Perché è morto?…» Era una domanda senza risposta, naturalmente. Ma in certo modo una risposta c’era e De Vincenzi la formulò a se stesso, voltandosi verso il collega ad osservargli:
«Era giovane, ancora…»
«Trentacinque o trentasei anni. Giovane.»
«L’hai frugato completamente?»
«No, per non muoverlo. Aspettavo il dottore.»
De Vincenzi tornò a guardar dentro il salottino. Era un salottino banale: un divano azzurro e due poltrone; un tavolo, una consolle, qualche quadro, nessuna fotografia. In fondo, di faccia, un’altra porta. Non volle traversar quel salotto subito.
«E quella porta?» chiese.
«La stanza da letto.»
«Illuminata?»
«Sì.»
«Il letto?»
«Fatto. Con la piega alle lenzuola e il pigiama disteso e pronto. È chiaro che non sì è coricato.»
«È l’ultima camera dell’appartamento, quella?»
«No. Un’altra porta. Era chiusa. Ho appena guardato: il bagno. M’è sembrato vuoto.»
Il brigadiere Cruni con l’agente Rossi erano rimasti sulla porta, in anticamera. Ma guardavano e ascoltavano. De Vincenzi sentì quasi, in quel momento, il peso del loro sguardo addosso a sé e chiamò subito:
«Cruni!»
Il brigadiere, con un piccolo balzo di soddisfazione, avanzò.
«Andate a vedere nel bagno.»
Cruni vi si precipitò.
De Vincenzi si volse a Maccari.
«Fuori, per la nebbia, le strade sono bagnate. Hai trovato tracce di passi?»
L’altro indicò il pavimento:
«Non vedi da te? Niente!… Venuti in auto, si capisce…»
Tra i due si fece il silenzio.
Maccari si abbottonava il pastrano, accingendosi ad andarsene. De Vincenzi si tolse il suo. Troppo caldo in quell’appartamento: neppure il cadavere nella stanza vicina era riuscito a raffreddarlo. C’era un’aria pesante, bruciata: l’aria dei termosifoni troppo bollenti, che non mandano vapore e che lo assorbono. Aridità. Eccolo il senso! Era un senso di arido, che De Vincenzi si sentiva in bocca. Anche tra le giunture delle dita aveva quella sensazione. Voleva reagire. Avrebbe certo continuato ad interrogare Maccari, se in quel momento non si fosse sentito suonare il campanello e dall’ingresso una voce che diceva: «Aprite. C’è il dottore.»
Maccari e De Vincenzi si scossero.
«Ha fatto presto!» osservò Maccari.
Lui avrebbe preferito che il dottore avesse ancora tardato qualche minuto. Non voleva farsi prendere nell’ingranaggio di quell’inchiesta.
Il dottore comparve, quasi di corsa. Era giovane, magro, con il naso aquilino e tagliente come un rostro, e gli occhiali. Sembrava ancora uno studente, che non mangiasse tutti i giorni. Aveva una busta nera sotto il braccio. Doveva essere quello uno dei suoi primi servizi comandati. Uno dei suoi primi delitti. Un cadavere da studiare. Sentiva tutta l’importanza della cosa e di sé. Si vide davanti quei due e andò loro incontro con la mano tesa.
«Buona notte, signori… Dottor Sigismondi, della Guardia medica di via Agnello…»
Gli altri due si presentarono.
«Si trova lì dentro…» gli disse De Vincenzi, indicando la porta di sinistra. «È morto. La prego, dottore, di voler segnare la posizione esatta del corpo… Si faccia aiutare da un agente… Voi, Rossi… mettetevi a disposizione del dottore… E la prego, dottore, di spogliarlo e di farmi consegnare gli abiti, procurando che non cada nulla dalle tasche. Ma prima lo esamini bene. Veda se c’è stata lotta… e da quanto tempo lo hanno ucciso…»
Il dottore volle aver l’aria di non essere alle prime armi e rispose, come per insegnargli qualcosa:
«Approssimativamente, vuol dire. Nessuno può stabilire con esattezza da quanto tempo un uomo è morto. Oppure si potrebbe anche stabilirlo; ma con gli strumenti adatti e prendendo la temperatura dell’ambiente… E tutte queste cose qui mancano…»
Intanto, s’era tolto il cappello e il pastrano e stava per dirigersi verso l’uscio indicatogli, quando da quello uscì il brigadiere Cruni. Aveva il volto soddisfatto. Con una strana intonazione di voce, come se volesse farsi sentire da tutti, disse:
«Nulla, cavaliere! Il bagno è vuoto.»
S’era guardato attorno e si avvicinò a De Vincenzi, facendogli un segno d’intelligenza.
«Parla,» gli disse il commissario.
Il brigadiere parlò a voce bassissima, quasi soffocata:
«Guardi lei, di là… Il bagno è in disordine. Si direbbe che c’è stata una lotta. E per terra ho trovato questo…»
De Vincenzi prese l’oggetto, che Cruni gli tendeva e l’osservò attentamente. Era una fialetta di profumo, d’oro, uno di quegli oggettini graziosi, che le signore portano nella borsetta. Tutta cesellata. La prese fra due dita e la sollevò contro luce per guardarvi attraverso. Mormorò:
«Incolore…»
Annusò e poi subito si volse:
«Dottore!»
«Dica…»
«Guardi un po’…» e gli porse la fialetta.
Il dottore l’osservò, la sturò e se l’accostò al naso.
«Mandorle amare!… Dove l’ha trovata? Strano!…»
«Strano, che cosa?»
«Che possa aver trovata questa fiala altrove che al suo posto naturale!…»
«E quale sarebbe, secondo lei, il… posto naturale di quella fiala?»
«Un ospedale o una farmacia… Non credo di ingannarmi, dicendole che qui dentro c’è acido prussico…»
E il giovane continuava a guardar la fiala.
Maccari e De Vincenzi tacevano. Avevano sentito un brivido alla schiena.
Eppure, il morto era stato ucciso con un colpo di rivoltella… Che cosa c’entrava, adesso, l’acido prussico?
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