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3. Le prime indagini
ОглавлениеErano rimasti tutti e tre a guardare quella fialetta d’oro, che il dottore teneva tra le mani.
Il primo a parlare fu il giovane medico, che vedeva in essa un mezzo di più, per dar peso alla propria opera.
«Ad ogni modo» disse, mettendosela in tasca, «domani mattina le fornirò un rapporto esatto sul contenuto.»
«Grazie!»
Ma De Vincenzi aveva bisogno per qualche istante di raccogliere le idee, di concentrarsi, di fare il punto, soprattutto al proprio stato d’animo, perché sentiva di non avere ancora il cervello limpido e lo spirito sereno. Aveva l’impressione che tutti quei fatti e che persino gli oggetti materiali attorno a sé sfuggissero, divenissero evanescenti e, così evanescenti com’erano, si mettessero a danzare una folle danza, una sabba di spettri.
«E adesso, dottore, vuol dare un’occhiata di là?…»
La sua voce era gelida. Persino il dottore lo guardò meravigliato. Ma annuì col capo e si affrettò ad entrare nel salottino.
Cruni tirò il commissario per la manica.
«Vada anche lei di là, cavaliere!» gli mormorò, con accento quasi supplichevole, tanto in lui era forte il desiderio che il suo capo diretto vedesse quel che lui aveva visto e traesse quelle conclusioni, che a lui erano mancate.
De Vincenzi, dopo un’esitazione, si decise. E i due seguirono il dottore.
Maccari era rimasto solo. Pensava. E, secondo la sua abitudine, i suoi pensieri gli uscivano dalle labbra sotto forma di parole. Ma lui non parlava che per sé solo.
«L’ho detto!… Per me siamo soltanto al principio…»
Si sentiva sopraffatto. Una grande stanchezza lo aveva invaso. Sedette.
«Domani mattina, a mia moglie ripeterò un’altra volta: mia cara, ancora tre anni, tre lunghi anni… e poi la pensione!… Ritirarmi!… E lei ciabatterà per la casa, borbottando: bella cosa, la pensione!… Per quel che ti daranno!…»
Ma le idee gli si cambiavano ad ogni momento e il suo pensiero tornava sempre a quel dramma, che pure avrebbe voluto cancellare per sempre dalla memoria.
«Odore di polvere da sparo… Una porta socchiusa… Nessuna effrazione e… un cadavere… La pensione!… E gli studi sul metodo… Il metodo!… Il ritratto parlato… I dati segnaletici… E tutta una quantità di gente, che ruba e ammazza e non sa neppure che queste cose avvengono!… Potermene non occupare neppure io!»
Sussultò, perché il brigadiere Cruni ritornava, correndo.
«Il telefono… Dov’è il telefono?»
Maccari alzò la testa e lo guardò e dovette far passare qualche secondo prima di rispondergli, perché non riusciva a capire che cosa quelle parole significassero.
«Oh! Sì… Eccolo lì… A destra… Nell’ingresso…»
Cruni vi corse e si attaccò al ricevitore. Poco dopo parlava con un commissario di servizio in Questura e gli diceva che il commissario De Vincenzi si trovava in via Monforte, in casa del signor Aurigi, dove c’era un morto e quel morto era il banchiere Garlini. Dall’altra parte del filo il commissario di notturna lo ascoltava distrattamente, prendendo appunti. Finì col domandargli:
«Ebbene?» con l’aria di volergli chiedere a che scopo raccontasse proprio a lui tutte quelle cose, se sul posto si trovava il suo collega De Vincenzi.
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Ma Cruni non aveva finito.
«Il dottor De Vincenzi dice che nel suo ufficio si trova in questo momento Giannetto Aurigi. Ce l’ha lasciato lui, raccomandando all’agente Paoli di non farlo andar via… Ecco, il commissario la prega di farlo accompagnare qui subito… Senta, cavaliere, dice il commissario di mandarlo qui con due agenti… No, no… Senza manette… Gli agenti debbono anzi far finta di nulla, e non dirgli neppure una parola del cadavere…»
Nell’altra camera, Maccari lo aveva ascoltato. Quando lo vide tornare, gli chiese:
«Giannetto Aurigi si trova in Questura?»
«Già! Quando si dice, eh!, cavaliere…»
Il commissario si voltò verso la porta del salottino sulla quale era riapparso De Vincenzi. Questi aveva un sorriso sarcastico sulle labbra ed esclamò, tra sé:
«Voleva un bel delitto!»
Ma subito, quasi per cancellare il suono di quella frase, chiese bruscamente a Maccari:
«Sentivi il mistero, tu?»
«Io? No. Sentivo di peggio: la tragedia!»
«Perché dici tragedia?» chiese De Vincenzi, scrutandolo negli occhi.
«Te ne accorgerai!…»
Anche De Vincenzi, del resto, aveva quell’impressione. C’era in quella camera, in quell’appartamento, un’atmosfera pesante, viscida, che pesava come qualcosa d’invisibile, di mostruoso, d’inumano. Non soltanto il mistero di quel cadavere. Qualche altra cosa di imponderabile. Lo sentiva. Non soltanto che ci fosse di mezzo Aurigi, col quale aveva studiato in collegio e che era un poeta anche lui… Ma tutto, tutto aveva vibrazioni strane.
«E tu avevi Aurigi in Questura?»
Fu quella domanda, che richiamò De Vincenzi alla realtà. Sorrise.
Il caso!
«È tuo amico, hai detto?»
L’altro s’era di nuovo assorto. Mormorò:
«Lascia andare! È terribile!…»
Come se volesse scuotersi da quel torpore, da cui si sentiva invadere sempre più, si volse di scatto verso il brigadiere:
«Subito! Svegliate i portinai e portatemeli qui… Avete telefonato a San Fedele?»
«Signorsì, cavaliere. Lo conducono subito qui. Il cavaliere Boggi, che ha sostituito lei di notturna, dice che penserà lui a telefonare al Questore…»
E il brigadiere, uscendo dal fondo, non sentì il commissario, che mormorava:
«Il Questore!… Bah! Se ne parlerà domani mattina…»
Adesso aveva bisogno di agire, voleva affrettarsi. Andò sull’uscio e chiamò il dottore. Questi era ancora chino sopra il cadavere, che aveva disteso sul divano. Si voltò, vide il commissario, diede un’altra occhiata all’uomo e poi tornò nel salotto, passandosi una palma contro l’altra, lentamente, col gesto di chi si asciuga le mani.
«Lei vuol sapere da quanto tempo è morto, vero?…» Alzò le spalle e disse in fretta: «Cominciano a manifestarsi i primi segni di rigidità… Saranno due ore… due ore e mezza… Faccia lei…»
«E gli abiti?»
«Sono lì… Io non li ho frugati… Ma se permette, continuo…»
E, senza aspettare la risposta, tornò nel salottino.
Maccari, intanto, pur continuando ad abbottonarsi il pastrano, quasi volesse con quel gesto decidersi ad andarsene, a strapparsi di lì, si guardava attorno. Ad un tratto vide un oggetto luccicare presso il divano e si chinò a raccoglierlo. De Vincenzi lo osservava.
Maccari, invece di mostrargli l’oggetto che aveva raccolto e che continuava a tenere tra le dita, gli chiese:
«Di là… hai trovato qualche cosa?»
L’altro, macchinalmente, trasse a metà dalla tasca una carta, che si affrettò a ricacciar dentro.
«Sì… Qualche cosa… Proprio quello che occorreva per non farmici capire più nulla… E tu?»
«Io?… Toh!»
E gli porse quell’oggettino luccicante, con il quale adesso le sue dita grassocce stavano giuocando.
Era un bastoncino di rosso per le labbra. Uno di quei tubetti preziosi, che le signore portano nella borsetta.
De Vincenzi lo osservò, ma non fece commenti. In quel momento arrivava Cruni con il portinaio e la portinaia.
Una strana coppia. Lei giovane, belloccia, con il petto opulento. Era evidente che aveva paura, ma era altrettanto evidente che un’irritazione sorda le agitava quel suo petto copioso. Lui era un esserino patito, timido, in preda ad un terrore illimitato.
La donna parlò subito, senza freni, avanzandosi verso De Vincenzi, quasi avesse compreso che era a lui che bisognava rivolgersi.
«Che c’è? Un furto, eh? Se hanno rubato, ve lo dico io chi è il ladro… Me lo aspettavo… E la colpa è sua… Di quest’imbecille… Chè la soffitta non doveva affittarla! Ma lui è di cuore tenero!»
Indicava con la mano tesa il marito, che s’era messo a tremare e che balbettava:
«Rosa! Rosetta! Che dici?… Aspetta a parlare… Non sai ancora nulla!»
Preso da un improvviso scatto d’energia, l’omuncolo si voltò verso quei due uomini, che lo fissavano.
«È vero, signori? Ancora noi non si sa nulla!… Perché ci abbiano svegliati… che cosa sia successo… Nulla di nulla!»
De Vincenzi aveva ritrovato il suo sangue freddo. Era tornato ad essere il commissario di Pubblica Sicurezza e persino il tono della voce gli si era fatto diverso, quasi un po’ volgare, per quanto questo non fosse nelle sue abitudini, così sempre corretto e signorile com’era.
«Dormivate, eh? La solita storia… Ma adesso zitti…»
Si volse all’uomo, intuendo che quello avrebbe parlato più facilmente, mentre la donna gli avrebbe dato filo da torcere.
«Venite qui, voi… e rispondetemi…»
Il portinaio fece un passo avanti, ma la moglie lo afferrò e lo trasse da una parte con tanta violenza da farlo vacillare.
«Io, io!… Interroghi me! Che cosa vuole che sappia, lui?… Di giorno sta al Municipio… È impiegato… Guadagna trecentosettantacinque lire al mese! Bella roba!… È vero che non sa far niente! E la sera mangia e va a dormire! Che vuole che sappia?»
«E voi, invece?»
«Io sto tutto il giorno in portineria. Conosco tutti! E la sera fino a mezzanotte rimango in piedi… Chiudo il portone alle undici; ma prima che possa andarmene a letto ce ne vuole!…»
De Vincenzi si volse a Maccari:
«Li conosci, tu?»
«Mai visti!… Siete mai venuti al Commissariato, voi due?»
La donna protestò con indignazione.
«Mai! Oh! Che crede?»
Il commissario si strinse nelle spalle:
«Io? Niente!»
De Vincenzi aveva interrogato con gli occhi Cruni e i due agenti, ma anche costoro avevano scossa la testa.
«Bene!» esclamò De Vincenzi. «Allora, venite qui voi, donnetta mia, ma rispondete soltanto alle mie domande, senza far tante chiacchiere. Capito?»
«Purché mi domandi quel che so!…»
Il commissario, prima di continuare con lei, si volse al brigadiere:
«Cruni, andate giù. Quando vengono da San Fedele con… Quel signore… Fermatelo e fatelo entrare in portineria. Manderò io a chiamarlo.»
Cruni scomparve ancora nell’ingresso e De Vincenzi si volse alla donna, che seguiva tutti i suoi movimenti, curiosamente, con un sorriso quasi ironico sulle labbra.
«Dunque… A che ora avete chiuso il portone, questa notte?»
«Alle undici. E a che ora voleva che lo chiudessi?»
«Tutto il giorno e la sera siete stata in portineria»
«Che domanda! Oh! Dove voleva che stessi?»
«Cercate di ricordarvi bene, prima di rispondermi… Avete visto il signor Aurigi, durante la giornata?»
La donna alzò le spalle.
«Sì naturalmente… Usciva… Entrava…»
«Le ore. Ditemi le ore in cui lo avete veduto. Ma pensateci bene!»
Il volto della portinaia appariva ineffabile.
«E come faccio? Durante il giorno passa tanta gente! Sarà uscito ed entrato alle ore solite… La mattina alle undici, non esce mai prima… Poi rientra all’una… Esce nel pomeriggio… Aspetti… Oggi dev’essere uscito verso le tre e tre quarti. Lo so, perché m’ha chiesto se era venuto qualcuno a cercarlo e proprio allora stavo stirando… E poco dopo erano le quattro, perché ho smesso di stirare e so che erano le quattro, perché ho guardato l’orologio. Alle quattro e mezzo doveva venire l’amministratore e volevo fargli trovare tutto in ordine… Non che non sia sempre in ordine, ma si sa…»
Il commissario la interruppe:
«Andate avanti!»
La donna ebbe un sussulto.
«Eh!? Che vuole?»
«Avanti! Continuate!»
«Ih! Se m’interrompe?… Poi… Poi… Sicuro, glielo posso dire… Me lo ricordo… Il signor Aurigi è tornato che saranno state le cinque… Non era solo…»
«Con chi?»
«Un signore vecchio, diritto, molto distinto…»
«Lo avete veduto altre volte?»
«Mai!»
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La risposta venne categorica. La donna era sincera, indubbiamente. Del resto, perché non lo sarebbe stata? Lei ancora non ci capiva niente.
«E sono usciti?»
«Lui… quel signore, solo, è uscito tardi. Noi stavamo mangiando, era tornato mio marito… Saranno state le sette e mezzo… Forse più tardi…»
«E Aurigi»
«È uscito anche lui, alle nove… Forse prima. Era vestito da teatro, andava alla Scala…»
«Come lo sapete?»
«E dove vuole che andasse? Non siamo mica di carnevale, che si va ai balli! E poi, lui va sempre alla Scala.»
«Avanti!»
«Avanti… avanti… Non ho più altro da dire. Io non l’ho più veduto.»
«Siete andata a dormire a mezzanotte?»
«Ecco… Le dirò…»
La donna fece una pausa. Ma il suo imbarazzo scomparve subito.
«Ecco. Questa sera sono andata a letto più presto. Subito appena chiuso il portone. Non mi sentivo bene… La nevralgia… Io soffro di nevralgie…»
«Bene!»
«Come bene!?» gridò la portinaia.
L’altro alzò le spalle. Quella donna con le sue chiacchiere aveva servito a fargli ritrovare quasi tutti i propri mezzi; ma lo irritava.
«Aurigi ha un cameriere?»
La domanda richiamò la donna su quel fatto, che non l’aveva colpita ancora. Si guardò attorno, come se cercasse.
«Ma sì… E non c’è? Non l’avete trovato in casa?»
I due commissari si guardarono. Maccari si strinse nelle spalle. Poteva essere un indizio. Era quella una persona, che avrebbe dovuto esserci e che non c’era. In quella casa, al posto del cameriere avevano trovato un morto. Ma tutti e due sentirono che non era il filo giusto. Sarebbe stato troppo semplice. Un delitto volgare, un delitto di teppa. E non doveva essere così. Lì sotto c’era qualche cosa di più, qualche cosa di peggio.
«No! Non l’abbiamo trovato. Lo avete veduto uscire?»
«No! Ma è strano! Giacomo non esce mai.»
«Si chiama Giacomo?»
«Sì, Giacomo Macchi. Lo so, perché riceve una lettera ogni settimana…»
«È vecchio?»
«Così… Avrà cinquant’anni… Che ne so? È un uomo anziano… grigio.»
E De Vincenzi riprese ad interrogarla su quel che specialmente lo interessava.
«Aurigi… Il signor Aurigi riceve donne in casa?»
Più che meraviglia, quella della donna fu ribellione.
«Donne? Perché vuole saperlo? Che c’entra questo col furto?»
«Chi vi ha detto che c’è stato un furto?»
«Oh! Che c’è stato, allora? Perché si trovano qui, loro? Che cosa è successo?»
«Dopo la una, questa notte, non avete sentito rumori, aprire e chiudere il portone, qualcosa di insolito, di sospetto?»
No, non aveva sentito nulla. Né vi poteva esser dubbio: non mentiva. Era ancora troppo presa dall’imprevisto e troppo grande era la sua curiosità, perché lei non pensasse che a sapere. Se non altro per questo, diceva la verità.
De Vincenzi si volse all’improvviso verso il portinaio e, prendendolo per la giacca e fissandolo negli occhi, gli chiese:
«E voi… Voi non avete sentito nulla?»
Il pover’uomo tremava come una foglia.
«Io… Ah! Ma no, nulla…»
La donna sogghignò:
«Lui? Lui dorme! Se cadeva il palazzo, neppure lo sentiva…»
Lo guardò con ironia e con disprezzo:
«Lui dorme sempre!»
A De Vincenzi quel disgraziato faceva pena e volle subito far tacere la donna, mettendola di fronte ad uno spettacolo, che l’avrebbe atterrita.
«Avete coraggio, voi, donnetta mia? Avete tanto coraggio, quanta parlantina?»
«Che vuol dire? Che c’entra il coraggio col dormire?»
«Eh! vedrete che, dopo, vi sarà difficile prender sonno.»
Le indicò la porta del salottino.
«Guardate lì dentro.»
La portinaia, invece di avvicinarsi alla porta, se ne ritrasse. S’era fatta diffidente. Si guardava attorno, quasi sentisse che le stavano tendendo un tranello.
«Lì dentro? Che c’è lì dentro?»
Il commissario la prese per un braccio e la condusse verso il salottino.
«Venite con me e non spaventatevi. Intanto, a spaventarsi non si conclude nulla!»
Appena varcato l’uscio, la donna vide la schiena del medico curvo sul divano e non si rese conto di quel che essa nascondeva. Avanzava, ancora baldanzosa, per quanto in lei la diffidenza fosse aumentata. Ma il medico si rizzò, traendosi da parte. Allora la donna vide e gettò un grido disperato. Un grido da belva ferita. Cercò di fuggire e si trovò davanti De Vincenzi.
«Madonna mia!»
«Su, su, coraggio… Cercate di farvi coraggio e guardatelo bene. Ditemi se lo avete mai visto, se lo riconoscete.»
«No, non me lo faccia guardare… Madonna mia! Oh! Come faccio, io?»
La voce del commissario si fece severa, gelida.
«Guardatelo, vi dico!»
«Madonna mia!»
La donna si voltò, diede uno sguardo terrorizzato a quel morto, si coprì il volto con le mani e sarebbe caduta, se De Vincenzi non fosse stato pronto ad afferrarla e a farla sedere su di una poltrona. La fissava. Perché aveva ricevuta un’impressione così forte? Eppure in quel morto non c’era nulla di terrorizzante. Un foro in una tempia e null’altro. Neppure più il sangue sulla gota, che il medico glielo aveva lavato.
Il dottore fece un passo avanti, perché gli sembrò che il suo dovere gli imponesse d’intervenire e che la donna stesse proprio male; ma De Vincenzi lo trattenne.
«La lasci stare,» gli sussurrò. «Lasci che per qualche minuto faccia quel che vuole. Voglio vederne le reazioni.»
Nella camera si fece silenzio. La portinaia teneva sempre il volto tra le mani. S’era come afflosciata e il petto le ansava.
Intanto, nell’altra camera, suo marito s’era avvicinato a Maccari.
«Signore… Signor commendatore…»
Il commissario non sorrise neppure.
«Che vuoi?… Ti sembro proprio un commendatore?»
L’altro non capì che quella era una domanda ironica.
«Mi dica, commendatore, che c’è lì dentro? Che cosa è accaduto?»
«C’è un cadavere. È accaduto che hanno ammazzato un uomo…»
L’ometto fu preso da un tremito convulso. Si aggrappò al braccio di Maccari. Il suo terrore faceva pietà.
«Oh! Dio!… È una casa maledetta!… Lo sanno loro che questa è una casa maledetta?»
«Sta’ su! Non cadermi addosso! Che c’entra la casa, adesso? Gli uomini sono maledetti qualche volta, non le case! Sta’ su!»
Il portinaio cercò tenersi in piedi e sussurrò:
«Non le creda, sa? Non è vero! Non è vero! Se dice che è stato lui, l’inquilino della soffitta, non le creda! Quello è un bravo giovane, povero ma onesto! Lo so io! Non le creda.»
E guardava verso la porta del salottino, temendo che la moglie ricomparisse.
Maccari alzò le spalle. «Dillo all’altro commissario… È lui che fa l’inchiesta.»
De Vincenzi tornava, sostenendo per un braccio la portinaia. La fece mettere a sedere e le si pose di fronte a fissarla negli occhi.
La donna lo guardava con le pupille piene di stupore e di paura.
Il commissario le pose le mani sulle spalle e scandì: «E adesso, parlate!»
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