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VIII.

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Pochi mesi eran corsi dacchè la Matilde si trovava nella villa, quando, coincidendo il tempo dei raccolti ubertosi assai più dell'usato, il conte Alberto pensò di approntare una festa campestre in onore della sua sposa. Era la ridente stagione, in cui la natura offre agli uomini le sue ricchezze, e le spighe inchinandosi verso terra pel soverchio del peso invitano alla mietitura. L'anno scende bensì la curva del tempo, ma è vegeto ancora e robusto: invano il sole dardeggia sugli alberi, invano il vento va scompigliando le fronde, non una foglia ingiallisce, non una foglia strappata dai rami ingombra il cammino. Le vigne, tenendosi l'una con l'altra pari a coppie gioconde di danzatori, mostrano il lento rosseggiare dei grappoli; le pesche pendono mature dal gambo, mentre, lontane annunziatrici del verno, le mele acide ancora e scolorite si arrotondano sulla malinconica pianta. Era la stagione, in cui pel cominciar delle pioggie qualche striscia argentea serpeggia fra i ciottoli del torrente; era la stagione, in cui la luna svela più ampio e luminoso il suo disco. Gli uccelli, immemori delle offese dell'uomo, tornano fra le siepi a rallegrarlo dei variati gorgheggi; la tuberosa ed il gelsomino, aprendo a gara le candide foglie, riempiono l'aria delle più soavi fragranze, e la dahlia nascosta ancor nella buccia sta acconciandosi il magnifico vestimento. I carri colmi di mèssi s'avanzano con maestoso incesso verso le fattorie. — Harvest home, cioè la raccolta a casa, — gridano i contadini inglesi con unanime entusiasmo; — harvest home, — e mille feste rallegrano in quei dì le campagne. È il carnovale del colono che nel tempo dei teatri e dei balli non ha altro spettacolo che un tappeto di neve sul suolo, che un velo di nubi nel cielo, e fa mostra d'animo scarsamente gentile chi non sia tocco da quelle semplici solennità. E non soltanto nelle campagne, ma dappertutto le feste in comune sono un gran sollievo per la povera gente. Noi altri, però, che siamo gente chique, guardiamo con un sorriso di compassione que' convegni popolari, e se qualcuno di noi v'interviene lo fa specialmente per adocchiarvi le belle ragazze, giacchè fra i molti privilegi nostri sulla gentuccia v'è pur quello di poter insidiarne la pace e l'onore. Oh! se pensassimo che i tapinelli, i quali vivono sotto un tetto affumicato, affranti dalle diuturne fatiche, nell'incertezza perpetua del domani, non hanno passatempo migliore di quelle riunioni, non hanno altro modo per dimenticare il tedio della penosa esistenza, oh! senza dubbio la celia ci morrebbe sul labbro. E invece d'irridere le feste popolari, vorremmo anzi promuoverle, e chi sa se, opportunamente dirette, non potrebbero informare a maggior gentilezza i costumi e svegliare nell'anime più torpide il senso educativo del bello.

Una vasta prateria di recente falciata, a un angolo della quale sorgeva l'edifizio disposto ad uso di scuola, e a cui faceva cintura un lunghissimo pergolato, venne scelta come il sito più acconcio a quella solennità campestre. Sotto il pergolato eran disposte due tavole; l'una assai grande per gli adulti, l'altra minore pei fanciulli. La Matilde si era fatta assegnare un posto in questa, pigliandosi l'arduo ufficio di vigilare uno sciame di bimbi. Alcuni rivenduglioli girovaghi, che avevano avuto sentore della festa, s'erano introdotti nella villa fino dal dì precedente, e il conte aveva loro permesso di rizzare lo loro baracche nella prateria per far più variato lo spettacolo; ond'essi alla mattina per tempissimo sfoggiarono le loro merci, che consistevano per lo più in balocchi, in spilli, in ombrelloni rossi di lana e in ghiottonerie d'ogni fatta. Accorsero anche de' suonatori, ma trovarono il posto occupato, chè quasi a mezzo della prateria erasi costruito, con assi di legno commessi insieme alla meglio, un palco, dal quale la banda doveva esporsi al pubblico per la prima volta. Un'asta levigatissima sorgeva a foggia di vessillo a pochi metri di distanza, e in cima a quell'asta erano degli abiti nuovi e delle appetitose salsiccie; guiderdone serbato a chi avesse agilità bastante a giungere lassù. Questa gara della cuccagna, i suoni, il banchetto, le danze che potevano continuarsi tino a tarda sera nelle due sale della scuola, ecco tutti i sollazzi della giornata. Ma quel trovarsi insieme uomini, donne, fanciulli in un dì d'allegria; quello smettere per poche ore la zappa e la marra; quel vedersi convitati con tanta affabilità dai signori del luogo; erano circostanze che nell'animo ingenuo dei villici accrescevano a mille doppi il valore del divertimento. Il sole era sorto da poco che già la prateria rigurgitava di gente: venivano le famiglie intere, quali a piedi, quali, se abitavan discoste assai, nel loro biroccino con l'asinello, oppure sopra un carro pesante tirato da buoi. Curiosissimo era lo studio che traspariva in tutte le vesti e l'acconciature; non v'era vecchia rimbambita che non avesse rovistato ne' suoi armadî per cercare di mettersi in fronzoli. Delle giovani, alcune avevano un fiore nel crine, altre tenevano sul capo un fisciù; e le più eleganti erano adorne di un cappellino di paglia, assettato in testa con una certa negligenza che manifestava vie più l'artificio. I contadini erano divisi in due classi: i partigiani del buon tempo antico, che non rinunzierebbero per tutto l'oro del mondo a sfoggiare i loro polpacci, e quindi tengono i calzoni corti e stretti al ginocchio; i progressisti, che hanno adottato le brache lunghe alla moda cittadina. Ma questi erano ben pochi nel paese di ***.

La Matilde associatasi ai bambini ne dirigeva festosamente i giochi, e le vispe creature che non sanno ancora di riguardi sociali, posta da banda ogni timidezza, le carolavano intorno con clamorosa allegria. Per una delicata sollecitudine di alcuni fra i coloni, tre fanciulle delle più leggiadre in abito bianco, vagamente acconciate, la presentarono d'un bel mazzo di fiori, mentre la banda intuonava una polka, che il signor Placido aveva scritto apposta, intitolandola: — Matilde. — Alle prime note si fece universale silenzio. Le femmine interruppero il loro cicaleccio, i rivenduglioli cessarono dagli striduli richiami, e, vedi miracolo! i bimbi stessi divennero zitti. In mezzo alla dolce maraviglia, scolpita in viso a quelle turbe non avvezze ad altre armonie che al suono dell'organo o al fracasso delle trombe dei saltimbanchi, in quell'agitarsi di tante bionde testine, chi poteva guardar pel sottile all'ispirazione musicale della suonata o all'accuratezza dell'esecuzione? Gli applausi furono immensi, ed era singolare sentir poi le donne bisticciarsi tra loro, poichè ognuno che avesse congiunti o amici nella banda, attribuiva ad essi a preferenza degli altri il buon esito della suonata.

Poco prima del pranzo la contessa, quale regina della festa, chiamò a sè i fanciulli d'ambo i sessi ch'erano più lodati per la svegliatezza dell'ingegno e la bontà del costume, e regalò ciascheduno d'un libretto della Cassa di Risparmio da lire 20, avvertendo che se di lì a un anno non lo avevano intatto, non si aspettassero più da lei nè un dono nè un chicco. Soggiunse a un tempo che il giorno appresso avrebbe tentato di spiegar loro che cosa fossero quei libretti e a che cosa servissero. Diremmo una bugia asserendo che i bimbi ne restassero assai soddisfatti: a sentirsi parlar d'un presente la loro fantasia era volata tant'alto, che per poco non si aspettavano uno di que' castelli di fate, onde avevano udito discorrere negl'invernali filò.[1] Qualcuno nel vedersi in mano quel magro libretto sentiva imperlarsi la lagrima sul ciglio, ma il pranzo fece porre ogni cosa in obblìo. Finito il banchetto, che si chiuse con un brindisi entusiastico alla salute degli sposi, la banda ricominciò le suonate ed ebbero principio le danze, alle quali assistettero molte fra le notabilità del villaggio. Il parroco, per salvar capra e cavoli, giunse al dessert: così poteva dire di non essere stato a pranzo, e insieme buscavasi un dolce e un bicchier di vino: certo che gli uomini dei partiti estremi condannavano siffatto temperamento, certo che il sacrestano, rappresentante delle idee ultra-conservatrici, non solo non avea messo piede nella villa in quel giorno, ma anzi s'era assentato dal paese per fare una dimostrazione ostile al conte Alberto; però il parroco diceva: — Male, malissimo, bisogna saper tenersi con tutti... io mi pregio d'esser moderato. — E questa soddisfazione di sè ei la condiva abbondantemente col vino della cantina del conte. Quanto al vecchio marchese, che la curiosità spingeva ad ogni tratto nella villa e che s'era tanto doluto della mancanza di livree, egli aveva assistito alla festa con un sorriso di superiorità. E, voltosi al parroco, gli bisbigliò all'orecchio: — Creda pure, Reverendo, che le feste vogliono esser date da noi altri nobili di vecchia data. Non crede?... dica liberamente. — Eh! credo. — Io una volta ho avuto nel mio palazzo i professori d'orchestra di ***, nientemeno, capisce, Reverendo? Ma nelle sale, s'intende, non già nei campi per far ballare un po' di plebaglia. Sarà stata una festa ben migliore di quella d'oggi, non le pare?... — Eh! sicuramente.... — Ma, fra noi due, che nessuno ci senta, queste son pagliacciate belle e buone.... Via, mi dica la sua opinione.... — Ma, secondo.... si.... capisce.... — Come? — La causa di questa evoluzione era l'avvicinarsi del conte Alberto, al quale, non appena ei fu giunto, don Gaudenzio e il marchese gridarono in coro: — Festa stupenda, impareggiabile; ce ne congratuliamo col conte Alberto. —

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